Campanile della chiesa di San Francesco d’Assisi, in Torino. La casa con arcate, a destra, apparteneva al Convitto Ecclesiastico dove Don Bosco entrò dopo la sua ordinazione sacerdotale. Vi trascorse tre anni: dall’estate 1841 all’ottobre 1844.
Sei documenti ufficiali dell’Arcivescovado che riguardano Don Bosco: e cioè, gli attestati della vestizione clericale, della tonsura, degli ordini minori, la dispensa degli interstizi canonici, l’ordinazione, il permesso di confessare.
Chieri. La chiesa di Sant’Antonio, sulla piazza Centrale. Don Bosco vi si recava sovente a pregare, o ad ascoltare le lezioni di catechismo con i membri della ‘ Società dell’Allegria ’.
Una splendida sacrestia. Appartiene contemporaneamente al seminario e alla chiesa di San Filippo. Il chierico Bosco vi svolse l’opera di sacrestano, per procurarsi qualche sussidio.
Chieri. La cappella del seminario. La statua dell’Immacolata, opera di Ignazio Perucco, e il quadro di San Francesco di Sales, di Enrico Reffo. Forse Don Bosco ebbe proprio qui l’idea del culto al suo santo preferito, il vescovo di Ginevra! In suo onore i suoi figli spirituali saranno da lui chiamati ‘ Salesiani
Lo scalone monumentale del seminario di Chieri, visto dal pianerottolo dove si trova il dormitorio. Li apparve a Giovanni l’amico chierico Luigi Comollo, morto poco tempo prima.
Chieri. Questa viuzza stretta conduce alla cappella di San Giorgio. Nelle vicinanze, il convento francescano della Pace, dove Giovanni ebbe intenzione di farsi frate.
Il 4 agosto 1833, l’arcivescovo di Sassari cresimò il diciottenne Giovanni Bosco nella chiesa parrocchiale di Buttigliera, il cui campanile svetta elegante sulla collina.
Il Sussambrino. E una piccola tenuta situata tra i Becchi e Castelnuovo. Terra di vigneti. Mamma Margherita e Giuseppe vi avevano preso a mezzadria un modesto podere, dopo di essersi separati da Antonio. Giovanni veniva quassù a passare le vacanze. In questa panoramica si scorge, tra le colline, Mombello a sinistra, e più in alto, a destra, Moncucco. Dietro la cresta delle colline è Cinzano, dove Giovanni si recava sovente a trovare Luigi Comollo, suo compagno di scuola. Sullo sfondo, le Alpi e le loro cime nevose, che circondano a nord Torino e il Piemonte.
Spirito eminentemente pratico fin dalla fanciullezza, Giovanni aveva il gusto dei contratti e degli scambi. Cosi durante le vacanze estive, in cambio delle lezioni di latino che gli dava il parroco di Castelnuovo, egli accudiva il cavallo del reverendo. Ecco la scuderia dove Giovanni impugnò la striglia, nel cortile della canonica.
Questo piccolo corso d’acqua scorre sotto le mura di Chieri. Fu il luogo d’una sfida, lanciata da Giovanni a un saltimbanco. Si trattava di saltare da una sponda all’altra. Con un balzo prodigioso Giovanni batté il ciarlatano. Era abituato a simili imprese. La sua forza e la sua abilità erano quelle di un atleta.
Uno scrigno abbastanza modesto. Ma conteneva 6000 lire, somma considerevole per quel tempo. C’era di che pagare tutti gli studi di Giovanni. A questo aveva pensato il buon Don Calosso. Sul suo letto di morte, gli donò la chiave: « Tutto quello che vi troverai è tuo. L’ho messo da parte per i tuoi studi ». Muore, arrivano gli eredi... E Giovanni, senza dire una parola, porge loro la chiave.
Anche qui nulla è cambiato. In questa sacrestia di Morialdo, Don Calosso, cappellano del villaggio, rivestiva il camice e la pianeta, mentre Giovanni, suo assiduo serviente, preparava il messale e le ampolline.
Giovanni aveva doti di acrobata e di prestigiatore. E anche il gusto dello spettacolo. Quando accompagnava sua madre alla fiera nei paesi vicini, scrutava con passione i saltimbanchi e i funamboli per scoprire i loro segreti e imitarli. Tornato a casa, si esercitava ; poi strabiliava i compaesani con le sue esibizioni di equilibrista e di prestigiatore.
Come San Francesco, Giovanni amava gli uccelli. Aveva un merlo. Gli insegnò a cantare. Nonostante la gabbia, il gatto se lo mangiò. Un grosso dispiacere. E Giovanni per consolarsi promise a se stesso: « Non darò più il mio cuore alle cose della terra ». Strana riflessione per un ragazzo. Promessa temeraria? Eppure Giovanni non fece che dare il suo cuore alle cose della terra, appunto perché gli uomini creati da Dio vi sono nati e ci vivono: lo fece in vista di Dio.
Giovanni aveva avuto visioni celesti, ma non credeva ai fantasmi. Quand’era presso la nonna materna, una sera si udirono rumori sospetti nel solaio. Uno spirito?... E chi mai altro ? Tutti hanno paura, lui no. Si arrampica lassù, e scopre una gallina, che beccando dei chicchi in un setaccio, se l’era tirato addosso, e lo trascinava qua e là sul pavimento.
Due pagliericci, quattro muri imbiancati a calce, un piccolo crocifisso. Una stanza assai più povera che dai Moglia. Qui, fianco a fianco, dormivano i tre fratelli Bosco: Giovanni, Giuseppe e Antonio.
Giovanni ha la sua parte di furbizia. Gli è caduta dalle mani una bottiglia piena di buon olio. Un tesoro per della povera gente come i Bosco. Cercare di far sparire le tracce? Sarebbe un peccato. Si denuncia, ma con una piccola astuzia. Evidentemente, mamma Margherita scatta. Giovanni le tende una verga perché lo castighi. Ma le botte non vengono...
Ma i sogni non escludono lo studio. Al lume della lampada, o meglio e più modestamente, al lume di una candela, il ragazzo precoce e predestinato studiava, pensava, cominciava a fare come ape industriosa il miele. La notte, dopo una rude giornata di lavoro, può invitare allo studio.
Tutto sommato, i Moglia, brava gente, non avevano dato un cattivo alloggio al loro garzone. La stanza è chiara, il letto accogliente. Un luogo in cui, durante il sonno, potevano nascere i sogni.
Il fienile. Ha la sua storia. Giovanni, quando il tempo era brutto, radunava qui i ragazzi del vicinato. Faceva loro catechismo. Dove avrebbe potuto parlare del Buon Pastore con maggior evidenza ?
La cascina Moglia, presso Moncucco, è una delle più ricche case rustiche. A 5 chilometri da Castelnuovo. Qui Giovanni fu garzone di campagna. Abitava nella casa che si vede in primo piano, a sinistra.
Tre vacche e una pastora all’ombra di due grandi salici. Attorno i prati. Niente è cambiato in 100 anni. Gli alberi offrivano la loro ombra anche a Giovanni e a sua madre, quando venivano a pascolare la loro unica vaccherella. È una terra che dà erba grassa. Tutto vi è ameno. Le colline hanno una certa dolcezza, e anche il cielo. I campi sono privi di siepi: una distesa sola di verde o di zolle rossastre. Tutta cosi è la campagna tra Capriglio, i Becchi e Castelnuovo, dove Giovanni fece il suo primo mestiere di pastorello.
Noi oggi (1965) la chiamiamo la ' stanza matrimoniale ’. E l’unico vano dove si trova qualche piccolo ornamento: i rustici cassettoni del soffitto. Qui dormivano gli sposi Bosco.
Questa è la casa agricola dei Bosco, ai Becchi. Assai modesta, ma sempre casa propria. Non è cambiata molto, oggi (1965). In basso la cucina e la stalla per le mucche. Sopra, due stanze con soffitto basso, un ballatoio, delle minuscole finestre, il fienile. Povertà, ma non miseria.
Giovanni Melchiorre Bosco fu battezzato il 17 agosto 1815, il giorno dopo la sua nascita. Il suo atto di battesimo — qui riprodotto — è conservato negli archivi parrocchiali di Castelnuovo.
Qui è nata mamma Margherita, nella famiglia Occhiena. La casa natale fa parte della frazione ‘ La Cecca ’, nel comune di Capriglio. Di qui ai Becchi non c’è che un paio di chilometri.
Questo gruppo di case è "I Becchi" Ecco come appaiono viste dalla Serra di Buttigliera. Un campanile svetta al di sopra degli alberi. È quello della cappella costruita dai Salesiani nel primo centenario della nascita di Don Bosco, davanti alla sua casa natia.
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