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Solo negli ultimi mesi di vita, il letto di Don Bosco fu trasportato in quest'ultima stanza, separando l'ufficio di lavoro dalla stanza da letto. Il lavoro stressante e continuo, i debiti, le preoccupazioni, avevano ormai segnato profondamente il suo fisico. Aveva quasi 73 anni. -
Alle finestre della galleria si affacciano i tralci delle viti con i grappoli che s'arrampicavano su dal cortile. Don Bosco li coglieva con gioia per offrirli ai suoi figli e benefattori. Nel 1886, con gesto gentile, non volle che si staccassero i grappoli prima dell'arrivo di mons. Cagliero dall'America. Era il suo primo missionario. -
Il lungo corridoio sul fondo fu battezzato un po' pomposamente galleria Don Bosco. Su questo seggiolone egli confessò negli ultimi tempi. Nel 1887 si confessò da lui un ragazzo, Luigi Orione, che oggi veneriamo beato. Aveva tanta paura di non confessarsi bene. Don Bosco stracciò i fogli da lui riempiti di peccati, gli sorrìse, e disse: La tua confessione è fatta. Ricordati che noi due saremo sempre amici. -
Nel 1876 questo edificio fu allungato di alcuni metri. Se ne ricavarono due nuove stanze e un lungo corridoio. Una stanza fu trasformata in cappella e benedetta dal cardinale Alimonda. Quando non poteva scendere nel Santuario, Don Bosco celebrava la Messa qui, con sereno raccoglimento. L'ultima volta fu il 14 dicembre 1887. -
Questa antichissima fotografia ci mostra Don Bosco al suo tavolo di lavoro. Nella semplicità di questa stanza egli scrisse decine di libri per i suoi ragazzi e la gente del popolo. Scrìsse migliaia di lettere per chiedere offerte, ringraziare, dare consigli di vita cristiana. Il suo epistolario ne raccoglie attualmente oltre 2800. -
Nel 1861 l'edificio fu raddoppiato. Don Bosco si spostò nella stanza di fronte, dove abitò e lavorò per 27 anni. Visitatori sempre più numerosi di Torino e di ogni parte d'Italia salivano ad incontrarlo, per avere da lui un consiglio, una benedizione, per portargli un'offerta, o semplicemente per confessarsi da lui. -
In questa stanzetta, abitata da Don Bosco dal 1853 al 1861, per i Salesiani è avvenuto tutto. Il 26 gennaio 1854 Don Bosco raduna qui i giovani Rua, Cagliero, Rocchietti, Artiglia, e propone loro di iniziare la Congregazione Salesiana. Il 29 ottobre di quello stesso anno, in questa stessa stanza, entra per la prima volta Domenico Savio. Il 25 marzo 1855 Michele Rua si inginocchia su questo pavimento, pronuncia i voti davanti a Don Bosco e diventa il primo Salesiano. Qui ancora Don Bosco ha scrìtto le prime Regole della Società Salesiana. -
Quando i pellegrini entrano in Valdocco, corrono con lo sguardo lassù, dove sono conservate con geloso amore le camerette di Don Bosco e i suoi ricordi. Ai piedi dell'edificio, dov'era l'orto di mamma Margherita, sorge il monumento a Don Bosco. Lo scultore Cellini ha cercato di fissare nel bronzo il volto sereno e il sorriso buono che incantava i suoi ragazzi. -
A livello del cortile, sul lato destro, è posta una lapide che ricorda la festa della riconoscenza celebrata a Valdocco con grande solennità. Ogni anno, il 24 giugno, a Valdocco si celebrava la festa onomastica di Don Bosco. Don Lemoyne ce ne ha lasciato una bella descrizione: Era calato il sole. Dai cortili saliva il mormorio dei giovani che passeggiavano allegramente. Su tutte le finestre e le ringhiere dei poggioli erano accese cento e cento fiammelle nei bicchieri colorati. In mezzo al cortile stava la banda musicale. Don Bosco e io stavamo alla finestra. Lo spettacolo era incantevole. -
Nella notte del 15 maggio 1861 scoppiò un violento temporale, e un fulmine, penetrato nella camera di Don Bosco, rischiò di provocare mah seri. Qualcuno consigliò di mettere un parafulmine. Don Bosco s'arrampicò sul palco dei muratori, e collocò tra i due oblò una statuina della Madonna: Ecco il nostro parafulmine. -
Nel 1874 si prolungò l'edificio delle camerette, e Don Bosco fece piantare a terra alcune viti. Da allora così si presenta la facciata, rivestita da un intreccio di viti che in autunno offrono profumati grappoli di uva. -
Su questo ballatoio Don Bosco conduceva gli ospiti illustri perché potessero contemplare la marea di ragazzi che giocavano nel cortile sottostante. Di qui il Santo si affacciava per partecipare ai loro giochi, parlare con loro e talvolta lanciare manciate di caramelle. Sui tetti si affacciano ancora oggi gli abbaini, dove dormivano i primi Salesiani. Erano stanzini gelidi di inverno e per lavarsi aprivano il finestrotto, raccoglievano la neve e si strofinavano energicamente la faccia. -
Tutte le volte che Don Bosco usciva dalla sua camera per scendere nei cortili, percorreva questo ballatoio tra le grida festanti dei ragazzi. Oggi il ballatoio è tutto ornato di fiori, quasi a richiamare con venerazione il sogno del pergolato di rose piene di spine che Don Bosco immaginava di percorrere con i suoi ragazzi (cf MB 3, 32). -
Nel costruire la prima parte del nuovo ospizio, Don Bosco aveva progettato anche un braccio di fabbricato che doveva prolungarsi verso mezzogiorno, parallelamente alla nuova chiesa. Egli non ebbe mai il denaro sufficiente per fare di Valdocco una costruzione unitaria. Questo edificio centrale, che ospitò la sua camera-ufficio per 35 anni, fu costruito in quattro tempi successivi. Nel cortile sottostante, già orto di mamma Margherita, è stato recentemente eretto un monumento a Don Rua. -
Questo ampio porticato fu costruito nel 1860, quando Don Bosco elevò un nuovo edificio al posto.della casa Pinardi. L'inverno, a Torino, è lungo e nevoso, e la primavera è molto sovente la stagione delle piogge. Don Bosco volle questo porticato perché i giovani potessero giocare in ogni stagione. -
Una sera piovosa mentre attraversava il terreno boschivo che separava Valdocco da Torino, due malviventi gli gettarono addosso un mantello e cominciarono a malmenarlo. Don Bosco gridò. Fu allora che saltò fuori da una macchia quel cane. Balzò alla gola dei malviventi e li mise in fuga. Poi accompagnò Don Bosco fino a Valdocco. -
Il Grigio si fece vedere diverse volte a Valdocco. Una sera, non avendo incontrato Don Bosco, andò in refettorio per assicurarsi che egli fosse in casa, andando a fargli festa. Don Bosco tentò più volte di scoprire la provenienza di quel cane, ma non riuscì a niente. Nel 1872, alla baronessa Frascati che l'interrogava, rispose: Dire che sia un angelo, farebbe ridere. Ma neppure si può dire un cane ordinario. -
Sotto il porticato c'è una scala che ai tempi di Don Bosco portava alla cucina di mamma Margherita. Sul primo gradino, una sera dell'inverno 1854, Don Bosco vi trovò sdraiato un misterioso cane che gli impedì di uscire di casa. Si seppe poi che qualcuno lo attendeva per fargli del male. Per il colore del suo pelo, Don Bosco lo chiamò Grigio. Una lapide ricorda questa singolare figura che ebbe un ruolo importante nella vita di Don Bosco. -
Ogni sera i ragazzi dicevano le preghiere davanti a una statuetta della Madonna, che è ancora sotto il porticato, a Valdocco. Al termine, Don Bosco saliva sul pulpitino e dava la buona notte: alcune buone parole che chiudevano la giornata. Don Bosco era geloso di questa buona notte: la dava sempre lui, quando poteva (MB 6, 94). Da questo pulpitino egli raccontò i famosi sogni, attesi con viva curiosità, perché sovente in essi prevedeva l'avvenire. -
...Tutti gli alunni, circa 400, passando dalla chiesa al cortile, sfilarono davanti a Don Bosco e ricevettero da lui un pane, insieme a una parola buona e ad un sorriso. Quando tutti furono passati, riesaminai la cesta: c'era la stessa quantità di pagnotte di prima... Questa fu la sola causa che mi indusse a restare all'Oratorio e farmi Salesiano (MB 6, 777). -
Vicino a questa porta laterale, da cui uscivano i ragazzi dopo un ritiro spirituale, il 22 ottobre 1860 Don Bosco operò un prodigio. Francesco Dalmazzo, che fu testimone, affermò sotto giuramento: Quando arrivò Don Bosco a distribuire il pane, guardai nel cesto e vidi che conteneva una ventina di pagnotte... -
In questa chiesa, oggi rinnovata e arricchita di marmi, dissero la loro Prima Messa il beato Michele Rua, il 30 luglio 1860, il primo missionario salesiano Don Cagliero e Don Francesia il 15 luglio 1862. Vennero pure a pregare Michele Magone e Francesco Besucco, due ragazzi che rinnovarono nell'Oratorio la bontà di Domenico Savio. -
Un altare di questa chiesa, Don Bosco volle dedicarlo a san Luigi Gonzaga. Il giovane principe che lasciò la corte per consacrarsi al Signore era da lui presentato a tutti i giovani come modello di carità e di purezza. -
L'8 giugno 1856 Domenico Savio tornò a inginocchiarsi davanti a questo altare, non più solo, ma in compagnia dei migliori ragazzi dell'Oratorio. Aveva fondato la Compagnia dell'Immacolata: un gruppo di piccoli apostoli, che si trapiantò in ogni casa salesiana, diventando un nucleo di ragazzi impegnati e di sicure vocazioni salesiane. -
Da questo pulpito, che si trova oggi nel museo storico di Valdocco, per oltre 10 anni Don Bosco predicò ai suoi ragazzi. Da questo pulpito Domenico Savio sentì la predica che lo mise profondamente in crisi: È volontà di Dio che ci facciamo santi; è assai facile riuscirci; un gran premio è preparato in Cielo a chi si fa santo (Bosco, Vita di Domenico Savio, SEI ed. 1963, pg. 44). -
L'8 dicembre 1854 il Papa proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione. In quelle stesse ore, Domenico Savio s'inginocchiò davanti a questo altare e si consacrò alla Madonna con questa brevissima preghiera: Maria, vi dono il mio cuore, fate che sia sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei, ma per pietà fatemi morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere anche un solo peccato. -
In questa stessa chiesa, dietro l'altare maggiore, Domenico Savio ebbe un'estasi davanti al tabernacolo che durò più di sei ore. -
A questa balaustra di legno, oggi conservata nel museo presso le Camerette di Don Bosco, i ragazzi dell'Oratorio si inginocchiavano per ricevere la Comunione. Dal 29 ottobre 1854 si inginocchiò anche san Domenico Savio, il ragazzino di 12 anni appena arrivato dal suo paese, Mondonio. -
Nel 1854 ci fu a Torino il grande colèra che uccise più di tremila persone. Anche i ragazzi dell'Oratorio andarono per la città a soccorrere i colerosi. Un ragazzo, che non aveva più nulla con cui coprire il suo malato, chiese ancora qualcosa alla mamma. E Margherita lo portò a questo altare, e gli diede la tovaglia bianca. Portala al tuo malato. Non credo che il Signore si lamenterà. -
Fu consacrata il 20 giugno 1852, festa della Madonna Consolata. Per 16 anni (fino al 1868) essa rimase il cuore della Congregazione Salesiana che nasceva. Dal 1852 al 1856 sostava a lungo negli ultimi banchi, sgranando il Rosario, la vecchia e stanca mamma Margherita. -
Una sera del febbraio 1851, mentre con mamma Margherita aggiustava gli abiti dei ragazzi che dormivano, Don Bosco mormorò quasi tra sé: E ora voglio innalzare una bella chiesa in onore di san Francesco di Sales. La prima pietra fu posta il 20 luglio. A costruirla, portando calce e mattoni, diedero mano anche i ragazzi dell'Oratorio. -
Al fondo del porticato è la statua di Maria Immacolata. Don Bosco l'aveva collocata in una nicchia presso la sacrestia del grande Santuario. A Giovanni Cagliero, nel 1862, Don Bosco disse: Maria SS. è la fondatrice, e sarà la sostenitrice delle nostre opere (MB 7, 334). -
Torino è la città dei portici. Sono necessari per potersi muovere nel lungo inverno. Anche Don Bosco volle ampi portici nei suoi fabbricati; ma sui pilastri e nelle lunette degli archi egli fece scrivere frasi bibliche per richiamare a ragazzi e visitatori le verità eterne. -
È ancora al suo posto dopo 140 anni, la fontana di quei primi tempi. Qui i ragazzi venivano a bagnare la pagnotta della colazione e della merenda: l'acqua era il solo companatico. Nel 1867, fissandola, Don Bosco disse a Luigi Costamagna: Avrei bisogno che buttasse marenghi. Così potrei salvare la gioventù povera e abbandonata in tutto il mondo (MB 8, 906). -
D nuovo edificio fu iniziato nell'autunno inoltrato del 1852. Si procedette a tutta forza, ma presto cominciò il brutto tempo. L'acqua diluviò per giorni e notti — scrisse Don Bosco. — Nella mezzanotte del 2 dicembre si udì un rumore violento. Erano le mura che cadevano rovinosamente. Don Bosco disse ai ragazzi: È uno scherzo del diavolo. Con l'aiuto di Dio e della Madonna ricostruiremo tutto. Ciò si verificò puntualmente nell'estate 1853. I ragazzi poveri premevano alle porte dell'Oratorio. Ne furono accettati 32 nel 1852, 76 nel 1853, 115 nel 1854. A questo punto Don Bosco fece un altro atto di coraggio. Al posto della vecchia casa Pinardi elevò un nuovo edificio a tre piani. Nel 1860 furono così accettati 470 ragazzi interni. -
Incoraggiato dai sogni che gli spalancavano il futuro, Don Bosco investì capitali ingenti per ampliare la sua opera. Costruì nel 1851-52 la chiesa di S. Francesco di Sales, e un nuovo fabbricato accanto alla casa Pinardi nel 1852-53. Unica sua fonte di finanziamento: la Provvidenza. -
Dal 1846 al 1851 l'opera di Don Bosco si estese. Alla tettoia Pinardi (A) si aggiunse la casa Pinardi (B) dove Don Bosco nel 1851 ospitava ormai una trentina di giovani interni. Essi, con i ragazzi dell'Oratorio, giocavano in cortili sempre più vasti (C, D, F). Mamma Margherita aveva trasformato in orto un vasto tratto di prato: vi piantava lattughe e pomodori per arricchire la poverissima mensa dei ragazzi (E). -
1848. È l'anno frenetico del Risorgimento e della prima Guerra d'Indipendenza. I preti sono odiati come nemici della patria. Un giorno, mentre facevo catechismo — scrisse Don Bosco, — una palla d'archibugio entrò per la finestra e mi strappò la veste tra il braccio e le coste, facendo largo guasto nel muro (MO 205). Una lapide ricorda il fatto drammatico. -
Don Bosco andò in convalescenza ai Becchi. Tornò il 3 novembre non più solo, ma accompagnato da mamma Margherita. A 58 anni questa anziana contadina divenne la mamma dell'Oratorio. -
A custodirla, Don Bosco comprò questa statua della Madonna Consolata. Non è in legno né di metallo, ma di umilissima cartapesta. Sotto i suoi occhi, Don Bosco lavorò per i ragazzi fino all'esaurimento. Rischiò di morire la prima domenica di luglio. Guarì per le preghiere dei suoi ragazzi, e promise davanti alla Vergine: La mia vita la devo a voi, ma siatene certi: la spenderò tutta per voi. -
Il 12 aprile 1846, solennità di Pasqua, si prese possesso alla misera tettoia convertita in chiesa. È ancora qui, quella tettoia, rannicchiata in fondo agli edifici di Valdocco, oscuro e piccolo ceppo da cui si è sviluppato tutto. Ora è una cappellina ricca di fregi e lapidi, ma allora era solo una tettoia bassa. Un muretto tutto intorno la trasformava in una specie di baracca. Per 320 lire, la tettoia e la striscia di terra intorno divennero la sede stabile dell'Oratorio. -
Casa Pinardi aveva la facciata rivolta a mezzogiorno. Misurava 20 metri di lunghezza e 6 di larghezza, quasi 7 di altezza. A metà circa della facciata si apriva una stretta porta d'ingresso, e, accanto, era fissata al muro una vasca di pietra con una pompa che gettava acqua fresca e abbondante. Dietro questa abitazione era appoggiata la tettoia trasformata in cappella, utilizzata dal 1846 fino al 13 giugno 1852. -
Don Bosco e il suo ambiente: Tutto Valdocco -
Dai Becchi a Valdocco Le origini -
A gruppi si alternavano dal mattino sino alla più tarda sera davanti a questo quadro, pregando Maria che conservasse in vita il loro amico e padre amatissimo. Accendevano lumi, ascoltavano Messe, facevano Comunioni. Taluni vegliavano in orazione buona parte della notte. Alcuni fecero voto di recitare il Rosario intiero per un mese, altri per un anno, non pochi per tutta la vita. Parecchi digiunarono in quei giorni a pane e acqua, e promisero di digiunare per mesi e anni, se Maria restituiva in salute il loro caro Don Bosco. E Maria si mostrò Madre veramente sensibile e consolatrice: Don Bosco si ristabilì. Alcuni giovani andarono a prenderlo al Rifugio, e osannanti lo portarono sopra un seggiolone a Valdocco, gridando con pieno entusiasmo: Viva Dio! Viva Maria Consolatrice, che ci ha davvero consolati! (MB 2, 493). -
Don Bosco sta per morire! La notizia si sparse come un fulmine tra i sacerdoti suoi amici e i giovani. In quei giorni si vide quanto fosse amato. La chiesa della Consolata divenne meta di un ininterrotto pellegrinaggio di giovani che si alternavano per chiedere alla Vergine la salvezza del loro grande benefattore. -
La domenica successiva, il giorno di Pasqua del 1846, i giovani si trasferirono alla tettoia Pinardi. La cappella consisteva in uno stanzone lungo da 15 a 16 metri, e largo da 5 a 6. Aveva per pavimento un palchetto di legno, costruito in fretta e collocato alla meglio. Il soffitto era di stuoie intonacate di gesso. I ragazzi proruppero in una esplosione di gioia e di preghiera (cf MB 2, 428s). I collaboratori di un tempo ritornarono; ma i sospetti e le difficoltà delle autorità non diminuirono, anzi furono mandate delle guardie a vigilare. I giovani da quel momento presero ad aumentare la presenza, assistiti sempre più e meglio. Questa modesta cappella semibuia fu testimone di piccoli e grandi fatti. Lo spazio a disposizione e le attrezzature aumentarono con l'affitto della casa. Ma se la situazione sembrò migliorare, la salute di Don Bosco peggiorò fino a far temere della sua vita. -
Ma arrivò anche lo sfratto dei fratelli Filippi, preoccupati per l'erba del loro prato (cf MB 2, 404). Il 5 aprile 1846, Domenica delle Palme, fu per Don Bosco un'agonia da Getsemani. Si appartò dai suoi amici, e quando si sentì solo ruppe in singhiozzo (cf MB 2, 422). Ma proprio nel momento di maggiore abbattimento un ometto di nome Pancrazio Soave gli balbettò un invito: Venga a vedere una casa per il suo laboratorio. Don Bosco lo seguì rincuorato. Trovò soltanto una povera tettoia, bassa, appoggiata sul lato Nord della casa Pinardi e con un muretto tutto attorno che la trasformava in una specie di baracca. Serviva come magazzino a un cappellaio e alle lavandaie. Don Bosco fu sul punto di rifiutare. Ma quando Pi-nardi capì che Don Bosco voleva farne una cappella, fece delle grosse promesse: scavare il terreno di 50 cm, fare il pavimento di legno, fornire la tettoria di porte e finestre, il tutto in una settimana. Don Bosco gli diede 320 lire di affitto. -
Il pellegrinaggio alla Madonna di Campagna aveva dunque avuto il suo frutto. Don Bosco aveva spiegato ai ragazzi il perché di quel pellegrinaggio e aveva infuso in loro una grande fiducia. Così farà sempre, nelle molte necessità in cui si verrà ancora a trovare. Quando i ragazzi, che procedevano recitando il rosario, imboccarono il viale che dalla strada maestra porta al convento, le campane della chiesa presero a suonare a distesa. Fu una lieta sorpresa per tutti, ma la meraviglia fu ben più forte quando si sparse la voce che le campane si fossero messe a suonare da sole. Infatti nessuno aveva ordinato di suonarle, e non si riuscì mai a sapere chi Io avesse fatto. Il santuario fu distrutto dai bombardamenti nel 1944, ma il campanile e le campane sono ancora quelle che accolsero festosamente i birichini di Don Bosco (cf MB 2, 419-420). -
Sballottato dall'insensibilità umana ma guidato dalla Provvidenza, Don Bosco era ormai giunto vicino al posto in cui aveva ripetutamente visto la Madonna che gli indicava la sede stabile della sua Opera, con chiese e scuole affollate di giovani e di chierici. Hic domus mea, inde gloria mea, aveva detto la Vergine (qui la mia casa, di qui la mia gloria). E l'apostolo dei giovani trova in questa visione la forza di continuare, nonostante le gravi difficoltà (cf MS 2,343-344; 400-407; 408-412; 416). -
Mentre già spirava aria di un novello sfratto, per entusiasmare i giovani a non abbandonare l'Oratorio Don Bosco organizzò una passeggiata a Superga che fece epoca. Dopo la Messa al santuario della Consolata, i giovani, forniti di abbondanti cibarie, si misero in cammino cantando allegramente, con l'accompagnamento di alcuni strumenti musicali: un vecchio tamburo, una tromba, un violino e una chitarra scordata. Il parroco di Superga aveva mandato un cavallo bardato ai piedi della collina, e Don Bosco lo cavalcò attorniato dai ragazzi; la loro allegria salì alle stelle. Giunsero in cima stanchi e affamati e trovarono un'ottima refezione preparata dal parroco e dal rettore del santuario. Dopo la funzione del vespro, durante la quale i cantori meravigliarono i presenti per la bellezza dei loro canti, furono lanciati alcuni palloncini. Poi tutti, sempre a piedi, se ne tornarono allegramente a casa (cf MB 2, 378-382). -
Ma ai primi di marzo del 1846 ci fu lo sfratto anche da casa Moretta. Don Bosco si trovò nuovamente sul lastrico per le vie di Torino. Non si perse d'animo. La primavera era alle porte e lì, a pochi passi, si trovava un vasto prato appartenente ai fratelli Filippi. Presolo in affitto, cominciò a radunarvi i suoi giovani, che ben presto superarono i 400. Il prato si trasformò in un'immensa scuola, chiesa, palestra. Tutto all'aperto, anche le confessioni. Ed era uno spettacolo che molti andavano a godersi e dove tutti erano bene accolti (cf MB 2, 373-376; 383-386). -
La Provvidenza non lo abbandonò. Saputo che il sacerdote Moretta era disposto ad affittare alcune stanze di una sua casa in Valdocco, Via Cottolengo, Don Bosco non si lasciò sfuggire l'occasione. Affittò tre stanze e immediatamente riaprì le sue scuole serali e domenicali per le quali ottenne l'aiuto di Don Carpano. Duecento allievi, stipati in quelle stanze, imparavano a leggere compitando sui cartelloni murali. Per quei tempi era un metodo rivoluzionario, e non mancarono le insinuazioni maligne e le opposizioni (cf MB 2, 345-351). -
Quello di Don Bosco era proprio un oratorio vagante. I palazzi di cui andava fiera la città di Torino non potevano accogliere i suoi birichini. Anche dalla periferia lo si scacciava. Dove trovare una sede per tanti giovani nella rigida stagione invernale che incalzava? Le case, i cortili, le chiese dei sogni non erano ancora una realtà (cf MB 2, 314-344). Così l'Oratorio peregrinava per le vie di Torino, spostandosi di piazza in piazza. -
La domenica, dalla piazza dei Molini, Don Bosco guidava i suoi ragazzi a qualche chiesa appena fuori Torino: a Sassi, alla Madonna del Pilone, al Monte dei Cappuccini... E là meravigliavano la gente e i religiosi per il loro contegno devoto durante la Messa e per il gran numero che si confessava e si comunicava (cf MB 2, 339s). Usciti di chiesa Don Bosco distribuiva pane e companatico e i ragazzi davano inizio a divertimenti animatissimi che duravano fino a sera. -
Dopo pranzo, fatto catechismo, Don Bosco conduceva le sue schiere al di là del ponte Mosca, presso la riva della Dora, e li faceva scendere in uno di quei campi incolti che si estendevano a sinistra di chi entra in Torino. Qui dava a ciascuno un'abbondante porzione di pane e frutta o di carne salata e, distribuiti i vari giochi (bocce, piastrelle, stampelle e corde per i salti), si cominciava la ricreazione che si protraeva fino a sera. Don Bosco li assisteva amorevolmente. -
Porta Palazzo era ed è tuttora una piazza tipica di Torino, dove venditori e compratori si incontrano per ogni genere di commercio. Anche Don Bosco la frequentava, e sovente riceveva doni per i suoi birichini, che anche là si radunavano. Colui che prepara il nido agli uccelli non ci dimenticherà , aveva detto ai giovani nel lasciare la chiesa dei Molassi. I trecento amici gli si stringevano intorno con fiducia. Ma la realtà era ben dura. Ai giovani non restavano ormai che alcune piazze di Torino come luoghi di convegno e i prati oltre la Dora per giocare (cf MB 2, 338-341). -
Radunati per la prima volta i ragazzi nella chiesa di San Martino ai Molini, Don Bosco per incoraggiarli aveva fatto la predica dei cavoli: I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati, non fanno bella e grossa testa. Così è del nostro Oratorio trasferito da un luogo all'altro. Ma era scritto che il trapianto non fosse terminato. Dopo due mesi di relativa tranquillità, la vivacità dei ragazzi e il loro chiasso infastidirono i mugnai, i carrettieri e gli impiegati municipali. Mossero lamentele al municipio, dipingendo Don Bosco come una specie di capobanda di monelli sfaccendati e pericolosi. Il segretario dei Molini giunse a scrìvere una lettera calunniosa al municipio. Le calunnie risultarono del tutto infondate, tuttavia a Don Bosco fu tolto il permesso di tenere l'Oratorio in quel luogo. Fu costretto a proibire i giochi, mentre continuava a radunare i ragazzi nella chiesa di San Martino. Il 15 novembre 1845 ci fu lo sfratto (cf MB 2, 306; 310.336) e il 22 dicembre fu l'ultima volta che i giovani pregarono in quella chiesa (cf MB 2, 341). -
Non era cosa facile, ma si riuscì, grazie all'interessamento di Don Borei. Il municipio concesse per tre ore la settimana la chiesa di San Martino ai Molini Dora (Molassi; cf MB 2, 303s). Ma al grande entusiasmo per il trasloco subentrò ben presto la delusione causata dalla mancanza di spazio e, ancor più, dalla opposizione dei vicini che non gradivano il chiasso dei ragazzi. Fu proprio qui, durante la permanenza ai Molassi, che Don Bosco s'incontrò con Michelino Rua, che sarà il suo braccio destro e il suo primo successore. -
Là c'era una chiesa, un ampio cortile con porticato e un cappellano disposto ad accoglierli. Il 25 maggio 1845 ci fu un trasloco assai movimentato, ma la sosta fu di un solo giorno. La chiassossità dei giovani irritò la perpetua del cappellano, e furono cacciati. L'Oratorio dovette cercarsi un altro ambiente (cf MB 2, 287-294).