Il 5 giugno 1841 Giovanni fu ordinato sacerdote dall'arcivescovo di Torino mons. Fransoni. L'ordinazione avvenne in questa chiesa dedicata all'Immacolata Concezione, annessa al palazzo arcivescovile in via XX Settembre (cf MB 1, 518). Don Bosco vi si era preparato con la serietà e l'impegno che la missione comportava. Negli Esercizi Spirituali che precedettero l'ordinazione aveva preso alcuni propositi ai quali avrebbe ispirato la sua condotta per tutta la vita (cf MB 1, 518-519).
Prima di lasciare Castelnuovo, diamo uno sguardo alla chiesa della Madonna del Castello, che domina tutto il paese. Questo san-tuarietto era mèta di frequenti visite da parte di Giovanni. Vi si recava, solo o con gli amici, per pregare la Madre di Gesù, verso la quale sentì sempre quella profonda e filiale devozione che aveva appreso da mamma Margherita fin dalla più tenera età (cf MB 1,46; 221; 226...).
La chiesa di S. Antonio era officiata dai Gesuiti, che nei giochi di festa vi tenevano lezioni di catechismo molto seguite. Giovanni era tra i frequentatori più assidui, insieme ai numerosi amici della Società dell'Allegria. A fianco della chiesa c'era l'ampia piazza, oggi piazza Cavour. Una volta arrivò un ciarlatano saltimbanco, che con le sue prestazioni distraeva molti dall'intervenire alle funzioni, e sfidava i giovani a competere con lui. Questi si consultarono e fecero la proposta all'amico Giovanni Bosco, il quale già stava studiando il modo di persuadere il disturbatore ad allontanarsi. Egli accettò e stabilì i patti con il saltimbanco (cf MB 1, 311-312).
Ecco una incisione del 1753, conservata a Chieri, che rievoca una processione dell'abiura. Essa si snodava per le vie della città, dalla chiesa di San Guglielmo fino al Duomo, dove si svolgeva il rito. Così avvenne anche per il giovane ebreo, che nel battesimo prese il nome di Luigi Bòlmida.
Come predicatore Giovanni si era fatto un nome fin da chierico. A Cinzano e a Pecette aveva rivelato la sua straordinaria facilità di parola, offrendosi a fare il panegirico di san Bartolomeo quando all'improvviso era venuto meno il predicatore designato (cf MB 1,489-490). La medesima prontezza dimostrò il 24 agosto 1840 nella chiesa di san Bartolomeo a Castelnuovo, improvvisando la predica in onore del santo patrono.
...Tutti gli alunni, circa 400, passando dalla chiesa al cortile, sfilarono davanti a Don Bosco e ricevettero da lui un pane, insieme a una parola buona e ad un sorriso. Quando tutti furono passati, riesaminai la cesta: c'era la stessa quantità di pagnotte di prima... Questa fu la sola causa che mi indusse a restare all'Oratorio e farmi Salesiano (MB 6, 777).
Le prediche a Buttigliera si tenevano in questa chiesa, dedicata a san Biagio. Costruita e ampliata a più riprese, venne coronata con l'erezione di un artistico campanile, che a ragione è considerato come uno dei più belli del Piemonte. Eretto nel 1789, domina sulle campagne circostanti, e per la sua altezza costituisce l'ornamento più nobile del paese. In questa chiesa Giovanni Bosco ricevette la Cresima il 4 agosto 1833 all'età di 18 anni, dalle mani di mons. Gianotti, vescovo di Sassari.
A un chilometro circa dalla casa degli Occhiena sorge la chiesa parrocchiale di Capriglio. Margherita, che vi fu battezzata il giorno stesso in cui nacque {ci MB 1,15-16), la frequentò assiduamente per tutto il tempo che rimase al paese (cf MB 1, 13-14), e vi celebrò il matrimonio con Francesco Bosco il 6 giugno 1812 (cf MB 1, 28).
Castelnuovo possiede una bella chiesa parrocchiale dedicata a sant'Andrea, riccamente affrescata e dipinta. L'ampio piazzale era allora il centro della vita sociale del paese. Qui Giovanni Bosco si fece amico di molti ragazzi, che radunava per i giochi e per il catechismo. Qui, addolorato per la difficoltà ad avvicinare il suo parroco, concepì il proposito di essere prete per i giovani. (In questa medesima parrocchia, l'8 aprile del 1849 fece la prima Comunione all'età di 7 anni appena, e il 13 aprile del 1853 ricevette la Cresima Domenico Savio, che diverrà più tardi l'allievo santo di Don Bosco).
L'Astigiano occupa il cuore del Piemonte. È caratterizzato da colline rìdenti di vigneti pulsanti di attività serena, e costellato da piccoli paesi e gruppi di cascine. Eccovi una tipica veduta. Al centro sta Castelnuovo d'Asti, ribattezzato Castelnuovo Don Bosco, in onore del suo cittadino più illustre.
Al neo sacerdote vennero fatte diverse proposte di ministero. Seguendo il consiglio di Don Cafasso, egli le lasciò cadere tutte ed entrò invece nel Convitto Ecclesiastico di Torino (cf MB 2,38. 39. 44. 50), cui era annessa la chiesa di San Francesco d'Assisi. Fin dall'inizio Don Bosco scelse come modello da imitare e come direttore spirituale Don Cafasso, che lo accoglieva settimanalmente in questo confessionale sempre assiepato di penitenti (cf MB 2, 55. 158).
A Roma, nell'archivio storico salesiano, sono conservati i due contratti stipulati per l'affitto di casa Pinardi. Il primo, redatto il 1° aprile 1846, concedeva per 300 lire l'affitto di tre locali e di una striscia di terreno per tre anni. Il secondo concedeva l'affitto di altri locali della stessa casa. Le lire salivano a 710 annuali. La diapositiva, oltre al primo contratto ci presenta anche l'inventario della tettoia.
Nell'archivio salesiano si conservano alcuni contratti di apprendistato firmati dal datore di lavoro, dall'apprendista e da Don Bosco nel 1851 e 1852. Son tra i più antichi contratti per apprendisti firmati a Torino. Don Bosco, collocando i suoi primi giovani a imparare un mestiere, si preoccupava di difenderli dai padroni non sempre onesti.
Già da qualche tempo e a diverse riprese Giovanni aveva sentito il desiderio di farsi francescano. Nell'aprile del 1834 aveva anche fatto domanda di essere ammesso come novizio nel convento francescano La Pace, che sorge sulla collina dominante Chieri. Vi era stato accettato, ma l'opinione contraria di Don Cafasso lo distolse da questo passo (cf MB 1, 301; 305). L'anno seguente furono appunto i buoni uffici di quest'ultimo e la generosità di don Cinzano e di altre persone buone che gli assicurarono un posto nel seminario (cf MB 1, 367).
Il fatto straordinario fu attestato da tutti i chierici della camerata che balzarono in piedi svegliati dal rumore, e alcuni di loro udirono la voce del Comollo. Il fatto fu confermato da Don Fiorito di Rivoli, assistente di camerata, e dai superiori del Seminario. Se ne parlò anche fuori le mura del Seminario, ma poi tutto fu messo a tacere per prudenza.
Radunati per la prima volta i ragazzi nella chiesa di San Martino ai Molini, Don Bosco per incoraggiarli aveva fatto la predica dei cavoli: I cavoli, o amati giovani, se non sono trapiantati, non fanno bella e grossa testa. Così è del nostro Oratorio trasferito da un luogo all'altro. Ma era scritto che il trapianto non fosse terminato. Dopo due mesi di relativa tranquillità, la vivacità dei ragazzi e il loro chiasso infastidirono i mugnai, i carrettieri e gli impiegati municipali. Mossero lamentele al municipio, dipingendo Don Bosco come una specie di capobanda di monelli sfaccendati e pericolosi. Il segretario dei Molini giunse a scrìvere una lettera calunniosa al municipio. Le calunnie risultarono del tutto infondate, tuttavia a Don Bosco fu tolto il permesso di tenere l'Oratorio in quel luogo. Fu costretto a proibire i giochi, mentre continuava a radunare i ragazzi nella chiesa di San Martino. Il 15 novembre 1845 ci fu lo sfratto (cf MB 2, 306; 310.336) e il 22 dicembre fu l'ultima volta che i giovani pregarono in quella chiesa (cf MB 2, 341).
Su questo cortiletto si affacciava la sala del biliardo, che era affidata in modo particolare alla sorveglianza di Giovanni. Era addetto al conteggio dei punti, e il suo servizio era gradito sia per la sua abilità, sia per l'imparzialità di cui dava prova. La sua presenza era inoltre preziosa per il buon ordine e per il contegno corretto che sapeva mantenere. Sotto l'androne vi era il pozzo, oggi murato, dal quale Giovanni attingeva l'acqua per i vari usi del caffè e per i proprietari, suoi cugini, che abitavano al piano superiore. Qui egli si recava sovente a tenere compagnia alla signora Pianta, vecchia e malata (cf MB 1, 286). Al caffè Giovanni contrasse amicizia con l'ebreo Giona, già conosciuto presso il libraio Elia, un giovane di bellissimo aspetto e dotato di una voce tra le più belle. Con lui a volte si soffermava in questa sala a suonare il piano e a cantare, oltre che a fargli un po' di catechismo.
Pur di non perderne l'opera preziosa, la Marchesa di Barolo aveva autorizzato Don Bosco a radunare i suoi giovani nei locali dell'Ospedale Santa Filomena, non ancora ultimati. Cosi, la domenica, tutta la zona si riempiva fino all'inverosimile di ragazzi e giovani provenienti da tutta la città. I giochi chiassosi non erano sempre ben accolti, ma la sorveglinza vigile di Don Borei e di Don Bosco riusciva a tenere la situazione sotto controllo (cf MB 1, 255). L'oratorio era nato per educare cristianamente i giovani e per istruirli nelle verità della fede. Per le lezioni di catechismo, Don Bosco, in un primo tempo, li radunò nella propria camera. Ma il numero degli allievi aumentava ogni domenica. Si cominciò così a occupare anche tutto il corridoio (e qui insegnava Don Borei). Chi arrivava tardi doveva contentarsi di stare sulle scale... (cf MB 2, 246s). Ogni domenica, per la Messa si peregrinava in una chiesa diversa (cf MB 2, 248).
Nella foto si scorge, a sinistra, l'uscio dello scantinato dove Giovanni dormiva, e a destra in fondo i quattro scalini di accesso alla sala da pranzo dove mangiavano i pensionati del sarto Tommaso Cumino. Il soggiorno di Giovanni presso di lui è segnato da una storia di pretese magie: un pollo in gelatina era diventato un gallo vivo e svolazzante; una quantità di crusca asciutta era uscita da una pentola di maccheroni fumanti; le paste dolci si convertivano in fette di pane; il denaro della borsa si tramutava in pezzetti di latta arrugginita; dal sacchetto che conteneva noci e nocciole usciva soltanto ghiaia; occhiali e altri oggetti sparivano. Queste sorprese convinsero il Cumino che Giovanni si serviva di potenze occulte. Ne parlò a un sacerdote, Don Bertinetti, il quale lo fece esaminare dal canonico Burzio. Mentre questi lo esaminava, Giovanni trovò modo di fargli sparire l'orologio e 0 portafogli, dimostrandogli poi che era stato semplice frutto di destrezza. E tutto finì con solenni risate (cf MB 1, 343-346).
Questo è l'edificio costruito da Don Bosco nel 1856 sul luogo dove sorgeva la casa Pinardi. II26 aprile 1852 c'era stato a Torino, terribile, lo scoppio della polveriera. La casa Pinardi, già malandata, ne uscì scossa e con tetti fracassati. La demolizione era sempre urgente. Finalmente Don Bosco ci mise mano nel 1856.
Nella parte inferiore del Santuario si trova un'ampia cappella chiamata comunemente delle reliquie. A destra di chi scende è la cappellina dedicata alla Vergine, chiamata cappella dell'apparizione.
Tra le varie incombenze di Giovanni c'era anche quella di condurre i buoi che tiravano l'aratro. Questa inquadratura agreste ci richiama alla mente le tante volte che egli svolse la stessa occupazione. Ma il lavoro non lo distoglieva mai completamente dagli studi. Egli, infatti, teneva sempre un libro a portata di mano, e quando poteva vi dava una sbirciatina (cf MB 1, 200).
La strada che Don Bosco dovette percorrere per l'approvazione della Congregazione e delle sue Regole fu lunga e difficile. Il 1° marzo 1869 un decreto romano approvò ufficialmente la Società Salesiana. (Il documento è nella diapositiva). Solo il 3 aprile 1874, per intervento personale del Papa, furono approvate le Regole Salesiane.