Il soggiorno a Villa San Secondo, per l'importanza che vi annetteva Don Bosco, fu uno dei più famosi delle passeggiate autunnali. Momento centrale era la festa della Madonna delle Grazie, venerata in questa cappella. La presenza dei giovani di Valdocco con la banda, la Messa cantata e il teatro, ma soprattutto il loro buon esempio, coinvolgevano l'intera popolazione.
La nostra storia comincia a Capriglio, un piccolo paese suddiviso in diverse frazioni disseminate tra il folto verde dell'Astigiano. Qui, il primo aprile 1788, nacque Margherita Oc-chiena, la madre di Don Bosco (cf MB 1, 13-14).
Dopo cent'anni, Torino ebbe nuovamente un cardinale nella persona di monsignor Gaetano Alimonda. La bontà del cardinale — scrisse Don Ceria — fu per Don Bosco un provvidenziale conforto negli ultimi quattro anni della sua vita. Durante l'ultima malattia del santo, il cardinale faceva persino anticamera pur di vederlo e abbracciarlo. Don Bosco ebbe modo di dirgli: Le raccomando la mia Congregazione. Sia il protettore dei Salesiani....
Finalmente a ottobre la vendemmia. Ci si avvaleva della collaborazione ben retribuita di uomini e donne per aiutare i componenti della famiglia, tanto era gravoso il lavoro che doveva essere terminato prima delle piogge autunnali. Quasi per alleviare la fatica, i canti dei vendemmiatori e delle vendemmiatrìci si intrecciavano attraverso le colline, e a sera musica e balli concludevano la fatica. I grappoli venivano raccolti delicatamente in ceste di vimini e portati nella bigoncia.
Infine si caricava col tridente il fieno sul carro agricolo, trainato da una coppia di mucche o di buoi. Il raccolto veniva così portato sull'aia di casa, sistemato nel fienile e conservato come foraggio invernale per le bestie. A volte temporali improvvisi facevano accelerare i lavori. Allora il ritmo diventava frenetico: era una lotta contro il tempo per evitare che il fieno si inzuppasse d'acqua.
Le passeggiate autunnali furono una delle idee più originali scaturite dall'intuito pedagogico di Don Bosco e dal suo zelo pastorale. Egli era solito recarsi ogni anno ai Becchi la prima domenica di ottobre per la festa del Rosario. Dal 1850 in poi portò con sé anche un gruppo sempre più numeroso di ragazzi.
I ragazzi e i giovani che si radunavano attorno a Don Bosco erano troppo maleducati e chiassosi per coloro che non sapevano andare oltre le apparenze e le prime impressioni. Era perciò naturale che chi non era animato dal suo zelo apostolico non li accettasse volentieri come vicini di casa. Su questa mappa percorriamo i vari spostamenti, segnati con cerchietti rossi, fatti nel giro di soli due anni (1844-1846) dai giovani dell'Oratorio.
Questo è il Piemonte, una delle regioni d'Italia più ricche, belle e varie. La sua storia religiosa di questi ultimi cent'anni è indissolubilmente legata alla personalità e all'opera di Giovanni Bosco, uno dei suoi figli migliori. La nostra narrazione documentaria comincerà da modesti centri abitati come Capriglio, i Becchi, Castelnuovo, Moncucco: gruppi di cascine e minuscoli villaggi che ingemmano le colline dell'Astigiano. Luoghi cari e familiari ai milioni di persone che trovano in san Giovanni Bosco l'ideale che li affascina.
Una casa di contadini, ricca di anni, di povertà e di tanta fede. Oggi completamente ristrutturata, conserva una lapide che ricorda come sua gloria la nascita di Margherita, figlia di Melchiorre Occhiena e di Domenica Bossone. Margherita, la sestogenita, visse nella casa paterna fino al giorno del suo matrimonio con Francesco Bosco (cf MB 1, 30).
Il frutto più bello di questa terra si chiama Maria Domenica Mazzarello, nata in questa casa, nella frazione dei Mazzarelli, il 9 maggio 1837. Prima di sette figli, Maria Domenica entra a far parte della Pia Unione delle figlie dell'Immacolata, un gruppo di ragazze impegnate, che diventerà il nucleo costitutivo dell'Istituto delle figlie di Maria Ausiliatrìce.
Questi due edifici furono aggiunti all'Oratorio negli anni 1860-64. Il primo a sinistra è la casa Filippi, acquistata da Don Bosco per l'ingente somma di lire 65 mila. Il secondo fu costruito nel 1863-64. In onore di un salesiano coadiutore, che per anni fu umile magazziniere, fu chiamato palazzo Audisio.
La Provvidenza non lo abbandonò. Saputo che il sacerdote Moretta era disposto ad affittare alcune stanze di una sua casa in Valdocco, Via Cottolengo, Don Bosco non si lasciò sfuggire l'occasione. Affittò tre stanze e immediatamente riaprì le sue scuole serali e domenicali per le quali ottenne l'aiuto di Don Carpano. Duecento allievi, stipati in quelle stanze, imparavano a leggere compitando sui cartelloni murali. Per quei tempi era un metodo rivoluzionario, e non mancarono le insinuazioni maligne e le opposizioni (cf MB 2, 345-351).
Quest'antica fotografia ripresa dall'alto, è un prezioso documento delle prime costruzioni realizzate da Don Bosco. Il rifacimento della vecchia casa Pinardi (a sinistra), il suo prolungamento, il fabbricato delle camerette (al centro), e la casa Filippi dopo gli adattamenti apportati nel 1863. L'ospizio era iniziato e avviato.
Casa Pinardi aveva la facciata rivolta a mezzogiorno. Misurava 20 metri di lunghezza e 6 di larghezza, quasi 7 di altezza. A metà circa della facciata si apriva una stretta porta d'ingresso, e, accanto, era fissata al muro una vasca di pietra con una pompa che gettava acqua fresca e abbondante. Dietro questa abitazione era appoggiata la tettoia trasformata in cappella, utilizzata dal 1846 fino al 13 giugno 1852.
Il pittore Bellisio, che fu tra i primi ragazzi dell'Oratorio, ci ha tramandato questo disegno della Casa Pinardi. Esso ci mostra la primitiva struttura dell'umile edificio che sarebbe divenuto poi il centro dell'Opera Salesiana. Dalla Casa Pinardi, infatti, i figli di Don Bosco si sarebbero diffusi in tutto il mondo.
La domenica successiva, il giorno di Pasqua del 1846, i giovani si trasferirono alla tettoia Pinardi. La cappella consisteva in uno stanzone lungo da 15 a 16 metri, e largo da 5 a 6. Aveva per pavimento un palchetto di legno, costruito in fretta e collocato alla meglio. Il soffitto era di stuoie intonacate di gesso. I ragazzi proruppero in una esplosione di gioia e di preghiera (cf MB 2, 428s). I collaboratori di un tempo ritornarono; ma i sospetti e le difficoltà delle autorità non diminuirono, anzi furono mandate delle guardie a vigilare. I giovani da quel momento presero ad aumentare la presenza, assistiti sempre più e meglio. Questa modesta cappella semibuia fu testimone di piccoli e grandi fatti. Lo spazio a disposizione e le attrezzature aumentarono con l'affitto della casa. Ma se la situazione sembrò migliorare, la salute di Don Bosco peggiorò fino a far temere della sua vita.
Aperto finalmente il Caffè, in via Palazzo di Città n. 3, Giovanni trovò presso il sig. Pianta vitto e alloggio per l'anno scolastico 1833-1834 (cf MB 1, 289). Si pagava l'ospitalità prestando servizio alla sera come cameriere-sorvegliante nella sala giochi. Il suo comportamento sempre dignitoso e i suoi richiami imponevano rispetto anche agli avventori più sboccati. Durante la permanenza presso il Caffè Pianta, Giovanni, fondò con alcuni compagni, la Società dell'Allegria, il cui regolamento contemplava due soli impegni: 1° Evitare ogni discorso e ogni azione disdicevole a un buon cristiano. 2° Adempiere esattamente i doveri scolastici e religiosi.
La strada che da Crea, attraverso Ozzano, conduce a Casale, era in quella stagione percorsa da decine di carri, carichi di uva e di mattoni. I ragazzi furono costretti a camminare per tre ore in un polverone che mozzava il respiro, e così giunsero tardi a Casale, dove però monsignor Calabiana era ancora alzato per attenderli. Un grande amico di Don Bosco, che in quella occasione mise a disposizione dei ragazzi dell'Oratorio il Seminario.
A Casale si fermarono il 10,11 e 12 ottobre. Monsignor Calabiana li portò a visitare i restauri del Duomo dedicato asant'Evasio, di stile romanico lombardo. Pregarono nella magnifica chiesa di san Filippo, e alla sera offrirono al vescovo e alla cittadinanza musica, canti e teatro. D Cagliero fece eseguire per la prima volta la sua romanza L'orfanello.
I Bosco, oriundi di Chieri, emigrarono prima a Castelnuovo, poi si stabilirono nella zona dei Becchi come mezzadri nella cascina dei conti Biglione di Chieri. Vi lavorarono per oltre 24 anni, dal 1793 al 1817. Vi chiusero la loro esistenza Filippo Antonio e suo figlio Francesco, padre di Don Bosco, colpito da polmonite a soli 34 anni. Giovannino aveva allora due anni. Nel testamento di Francesco, recentemente scoperto, è detto chiaramente che egli e tutta la sua famiglia dimoravano ancora in casa Biglione. La cascina Biglione, fu demolita per l'erezione del tempio in onore di san Giovanni Bosco, prima che si sapesse di questa sua importanza.
Attorno al 1820-1830 ci fu una gravissima crisi economica in tutto l'Astigiano. Le ristrettezze acuivano di più l'opposizione di Antonio a che Giovanni studiasse (ci MB 1, 96; 180; 184; 188...). Per amor di pace mamma Margherita, nell'autunno del 1827, mandò Giovanni a Serra di Buttigliera, presso suoi conoscenti alla cascina Campora (cf MB 1,192). Ma la sua presenza, più che essere di utilità, creava disagio tra il personale della cascina, poiché il lavoro e il pane scarseggiavano anche per loro. Così Giovanni se ne tornò dalla mamma dopo breve permanenza (cf MB 1, 192).
Un angolo del paese conserva tuttora le caratteristiche del tempo di Don Bosco e del Cafasso. Qui viveva un certo numero di famiglie benestanti del paese i cui figli, in un primo tempo, deridevano Giovannino per i suoi abiti poveri e dimessi (cf MB 1, 221).