In una cascina c'è sempre da fare, soprattutto quando le braccia sono poche e non si vuol pesare sugli altri. Anche per ripagare in qualche modo l'ospitalità e il cibo offertogli dal fratello, Giovanni si rendeva sempre disponibile per qualsiasi genere di lavoro (cf MB 1, 238). 11 busto collocato sul muro del rustico deUa cascina Sussambrino ricorda la industriosa presenza dello studente-contadino.
L'8 dicembre 1841 la Provvidenza gli indicò la strada che doveva seguire per la salvezza di tante anime. Il giovane manovale Bartolomeo Garelli, entrato nella sacrestia della chiesa di San Francesco d'Assisi in cerca di un po' di calore, trovò un sacerdote che gli parlò con dolcezza da amico, così da strappargli un sorriso che forse mancava da molto tempo su quel volto. Con il suo aiuto il giovane riapprese il segno della croce e l'Ave Maria. Da quella preghiera e da tanta amorevolezza nasceva in quel giorno la grande realtà dell'Oratorio Salesiano (cf MB 2, 70-75).
Per i laboratori e le scuole professionali, Don Bosco inventò una nuova forma di religiosi: i Coadiutori Salesiani. Egli disse loro nel 1883: Voi non dovete essere chi lavora direttamente, ma chi dirige. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano in aiuto in questo modo: non dovete essere servi ma padroni, non sudditi ma superiori.
CARLO FELICE DEASTI - La salma di don Bosco nella Chiesa di S - Francesco di Sales - Torino 1 febbraio 1888 - Originale, stampa al bromuro d’argento, cm 26,5 x 34,5, montata su cartoncino bianco, cm 42 x 48 su cui, in basso, a stampa, si legge «La sa
CARLO FELICE DEASTI - La salma di Don Bosco nella galleria attigua alla camera - Torino 31 gennaio 1888 - Originale, stampa al bromuro d’argento, cm 9,7 x 14, montata su cartoncino portaritratto giallo paglierino, cm 11 x 16,5, orlato in oro con la scrit
1879. Nell'antica abbazia benedettina di san Benigno, Don Bosco apre il suo primo noviziato. Di qui uscirà, formata nella mente e nello spirito, la generazione che porterà l'opera salesiana in tutto il mondo. Accanto al noviziato Don Bosco apre una scuola professionale, ancor oggi fiorente.
Il pittore Dalle Ceste ha rappresentato san Giuseppe Benedetto Cottolengo accanto a un povero vecchio che implora di essere accolto nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, da lui stesso fondata. Dall'altra parte è seduta una madre che lo supplica per sé e per il bambino che tiene in braccio.
San Giuseppe Cafasso è raffigurato mentre parla a un gruppo di sacerdoti, tra i quali è Don Bosco. Fu questa l'attività principale: essere maestro di giovani sacerdoti. Nel Convitto Ecclesiastico, che diresse fino alla morte, avvenuta nel 1860, preparava i sacerdoti appena usciti dal Seminario ad essere preti di Dio e del tempo in cui erano chiamati ad operare.
La galleria dei personaggi più significativi, entrati nella vita di Don Bosco, si apre con Giuseppe Cafasso, il sacerdote conosciuto come il Santo della forca. Amico, maestro e guida spirituale di Don Bosco, fu lui a metterlo a diretto contatto con le situazioni più drammatiche dei giovani del tempo.
Il teologo Leonardo Murialdo nato a Torino nel 1828, contemporaneo e grande amico di Don Bosco, divenne suo stretto collaboratore e aiutante negli oratori per molti anni. Nominato da Don Bosco direttore dell'Oratorio di san Luigi, a Porta Nuova, ne fece un modello di centro giovanile. Nel 1873 fondò a sua volta la Congregazione di san Giuseppe per il servizio ai giovani. Fu canonizzato il 3 maggio 1970.
A causa delle intemperanze giovanili, la Marchesa di Barolo si era ripetutamente dimostrata contraria alla presenza dei giovani nei locali dell'ospedaletto. Don Bosco si diede da fare per avere un'altra sede. La trovò presso il cimitero di San Pietro in Vincoli.
Il duomo di Chieri, riconostruito tra il 1405 e il 1436, è il più importante e insigne monumento della città. Nel 1630 la peste colpì gravemente la città. Per ottenerne la cessazione, il sindaco Carlo Bobbio, con i consiglieri, fece voto solenne di erigere una cappella in onore della Vergine delle Grazie. Tra il 1757 e il 1759 l'architetto Vittone disegnò la cappella attuale, che riuscì un vero gioiello d'arte; i chieresi ne fecero un angolo di incessante preghiera alla Vergine. In questo duomo venne battezzato il nonno paterno di Don Bosco, come risulta dai registri parrocchiali delle nascite del 1735: Il 18 settembre s'è battezzato Filippo Antonio figlio del fu Filippo e Cecilia (coniugata) Bosco, nato il 16 detto. Padrini Francesco Bosco e Ludovica Capella. Giovanni Bosco frequentò molto il duomo di Chieri: partecipava alle funzioni solenni con i chierici del seminario e vi andava spesso a recitare il rosario con l'amico Comollo. Inoltre era stato incaricato dai Superiori di farvi il catechismo ai ragazzi.
Il 9 ottobre 1861 si spinsero fino al Santuario di Crea in pellegrinaggio. Ebbero la possibilità di ammirare le numerose e originali cappelle. I frati Minori, dapprima intimoriti dal gran fracasso prodotto da quella turba, ma poi cordialissimi e accoglienti, trovarono il modo di sfamarli e ristorarli donando tutto ciò che avevano in dispensa.
I santuari della Madonna furono sovente meta dei viaggi di Don Bosco. Nel 1863 si recò a Oropa. Scrisse di là una commovente lettera ai suoi ragazzi: Se voi, miei cari, vi trovaste su questo monte, vi trovereste commossi. Chi ringrazia la Santa Vergine, chi domanda di essere liberato da un male spirituale o materiale... Ma in mezzo a tanta gente, provo un grande rincrescimento: non vedo i miei cari giovani....
Date le precarie condizioni, i disagi e i pericoli che sovente incontrava, per interessamento del parroco di Castelnuovo e del Cafasso, nell'ultimo anno dei suoi studi ginnasiali Giovanni lasciò il caffè Pianta e andò a vivere a pensione nella casa del sarto Cumino. I suoi scherzi e i giochi di prestigio lasciarono sovente frastornato il povero sarto, che li attribuiva a interventi diabolici (MB 1, 343-345). Giovanni dormiva in questo seminterrato, ed è molto probabile che questo sia il posto in cui si rinnovò il sogno avuto ai Becchi all'età di nove anni (cf MB 1, 126s; 305).
Se per tutti i contadini dell'epoca la vita era dura, per i Bosco più di qualche volta la povertà rasentò la miseria e la fame bussò alla porta di casa. Margherita Occhiena era però una donna forte e ricca di fantasia: non solo riuscì sempre a venirne fuori, ma si rese anche disponibile a condividere con altri il niente che aveva. Giovanni Bosco crebbe così alla scuola del lavoro, della povertà e della generosità.
2 febbraio 1842. È la festa della Purificazione di Maria (allora festa di precetto). Ai suoi primi 25 ragazzi Don Bosco ha insegnato a cantare una semplice lode della Madonna, Lodate Maria. Durante la Messa la gente guarda meravigliata quei 25 barabbotti che cantano bene e con delicatezza. Da quel giorno la musica fu sempre di casa nelle opere di Don Bosco: portava un'allegrìa di paradiso.
Caprìglio fu uno dei primi piccoli centri abitati ad avere una scuola elementare. Il responsabile dell'insegnamento era il sacerdote-maestro Don Lacqua. Giovanni Bosco frequentò questa scuola nei due inverni 1824 e 1825. Il buon maestro Don Lacqua non solo gl'insegnò i primi elementi della scrittura, della lettura e dell'aritmetica, ma prese anche a cuore la sua educazione cristiana (cf MB 1, 98-99).
Questo fotogramma del film Don Bosco può servire ad illustrare le parole che egli scrisse sui primissimi tempi dell'Oratorio: Non potendo avere locali per la scuola, per qualche tempo dovetti farla in cucina o in camera mia; ma gli allievi, fior di monelli, o tutto guastavano o tutto mettevano sottosopra.
Seggiolone della veranda e foto dì Don Bosco morto La sua salma fu rivestita degli abiti sacerdotali e adagiata su questo seggiolone. I suoi giovani e migliaia di persone sfilarono per dargli l'ultimo saluto, pregando e piangendo.
Silvio Pellico, uno fra i più celebri patrioti italiani, concluse la sua avventura politica a Torino, come segretario della marchesa Barolo. E qui scriverà: Le mie prigioni. Divenuto amico di Don Bosco, dette al giovane prete utili indicazioni per la stesura dei suoi libri popolari, e scrisse per lui i testi di alcuni canti religiosi.
Quasi inconsciamente, anticipando la realizzazione della missione affidatagli dal cielo, Giovanni cominciò ben presto a calamitare attorno a sé piccoli e grandi, intrattenendoli con racconti avvincenti, ripetizione di prediche e momenti di preghiera. Uno dei luoghi preferiti per questi incontri, soprattutto nelle lunghe serate invernali, era la stalla: sia quella di casa sua, sia quella di altre cascine della zona. L'intraprendente ragazzo incantava l'uditorio col suo parlare e il fascino del suo sguardo limpido. Molti si domandavano che cosa sarebbe diventato quel giovane (cf MB 1, 137s).
Il modesto granaio della casa di Giuseppe serviva da camerata ai birichin di Don Bosco. Il frumento veniva ammucchiato da una parte, per terra si buttavano dei sacconi di foglie e il dormitorio era fatto. Dopo certe scorribande per le colline, il sonno dei ragazzi non aveva bisogno di altro.
In un cortile interno di via Marconi vi è la casa rustica della famiglia Allamano. Il cortile e il caseggiato sono abbastanza grandi e denotano una certa agiatezza. La stalla (oggi rifatta sullo stile antico) è capace. Di fianco, una cucina ampia con un grande camino e, a lato, due fornelli per cuocere le vivande. Al piano superiore tre grandi stanze con le tipiche travature di legno, arredate con antichi mobili dell'800. Qui nacque Giuseppe il 21 gennaio 1851. Era nipote di san Giuseppe Cafasso, ed ebbe la fortuna di compiere gli studi sotto la guida di Don Bosco, all'Oratorio. Ordinato prete, fu nominato rettore del santuario della Consolata e ne fece uno dei maggiori centri piemontesi di pietà mariana. Rinnovò il Convitto e fondò l'Istituto Missioni della Consolata e delle Suore Missionarie della Consolata.
A custodirla, Don Bosco comprò questa statua della Madonna Consolata. Non è in legno né di metallo, ma di umilissima cartapesta. Sotto i suoi occhi, Don Bosco lavorò per i ragazzi fino all'esaurimento. Rischiò di morire la prima domenica di luglio. Guarì per le preghiere dei suoi ragazzi, e promise davanti alla Vergine: La mia vita la devo a voi, ma siatene certi: la spenderò tutta per voi.
Nel 1867 fu collocata sul vertice della cupola una grande statua della Madonna. Scrìve Don Bosco: La statua è alta quattro metri ed è sormontata da dodici stelle. È in rame dorato. Essa risplende luminosa a chi la guarda da lontano al momento che è riverberata dai raggi del sole.
Nel 1855 Don Bosco pubblicò il suo libro più impegnativo, la Storia d'Italia raccontata alla gioventù. Ebbe crìtiche feroci dagli anticlericali, e lodi entusiaste in campo cattolico. Il celebre Nicolò Tommaseo scrisse: Ecco un libro modesto che gli eruditi degneranno forse appena di uno sguardo, ma che può nelle scuole adempiere gli uffici della storia meglio assai di certe opere celebrate.
La Storia Ecclesiastica, a cui segue la Storia Sacra (1849) non è una opera scientifica: nessuno dei libri di Don Bosco lo sarà. È invece un'opera popolare, adatta alla mente semplice e alla cultura modesta dei suoi ragazzi. Parla dei Papi, dei fatti più luminosi della Chiesa, traccia il profilo dei Santi, descrive le opere di carità che fioriscono in ogni tempo nel popolo di Dio.
Luogo preferito per i suoi intrattenimenti, oltre le aie e i prati, era il fienile della casa paterna. Vi si accedeva dall'esterno con una scala a pioli, e vi si conservavano il fieno, la paglia e le foglie per gli animali. Qui Giovanni si esercitava segretamente nei giochi acrobatici che aveva appreso dai saltimbanchi nelle fiere e che eseguiva davanti ai coetanei, d'inverno nella stalla, d'estate nel prato (cf MB 1, 104-106; 141).
Nel grande salone che si allarga a nord delle camerette, e che servì come studio dei ragazzi per tanti anni, sono conservati i ricordi di Don Bosco. Sono indumenti personali, camici e pianete che Don Bosco usò nella celebrazione della Messa.
Nella casa di Giuseppe, c'è un tavolo costruito da un falegname di tutto rispetto: è opera delle mani del chierico Bosco, che nel periodo di vacanza dal seminario non solo aiutava il fratello nei lavori dei campi ma si era anche attrezzato un piccolo laboratorio per eseguire lavori di falegnameria e aggiustare attrezzi agrìcoli.
E questo è il teologo Borei, chiamato il padre piccolo: un sacerdote buono ed arguto, che non si rifiuta di prendersi in carico il giovane prete presentatogli da Don Cafasso. Lavorando assieme al Rifugio fondato dalla marchesa Barolo, i due sacerdoti divennero molto amici. All'Oratorio i ragazzi apprezzavano il teologo Borei come predicatore, per la sua parlata dialettale, per i proverbi e le trovate con cui arrichiva il discorso.
Gennaio 1884. Don Bosco non è più che l'ombra di se stesso. Sfinito eppure lucidissimo, capisce che sta per lasciare i suoi giovani e i suoi Salesiani. E allora scrìve il suo testamento: su un piccolo taccuino di poveri ritagli messi insieme in legatorìa. Sono le pagine più intime e accorate di Don Bosco.
Ed ecco un tipico cascinale dell'Astigiano che conserva tutte le caratteristiche dei tanti che esistevano ai tempi di Don Bosco: il tetto di tegole rosse, il ballatoio sul quale spesso si arrampicava la vite e che comunicava con le camere da letto e il granaio. Al pianterreno, la stalla, il forno e la cucina. All'esterno, nel cortile o nella campagna attigua, il pozzo.
Gli exallievi salesiani, sparsi in tutto il mondo, sono milioni. Nel Congresso Internazionale del 1911 essi vollero edificare a Don Bosco un grande monumento, segno di riconoscenza. Fu inaugurato davanti al Santuario di Maria Ausiliatrice nel 1920. È opera dello scultore Gaetano Cellini.
Uno degli aspetti più romantici di queste passeggiate era costituito dalla visita a qualche castello. Le nobili famiglie, sostenitrici dell'Opera di Don Bosco, si ritenevano onorate di ospitare la sua vivacissima brigata nelle vetuste dimore dei loro avi. Ecco la torre di Lu e il castello di Canterano, due dei tanti monumenti visitati.
P. Ulliana che ha ricevuto la Commenda dell'Elefante Bianco, conferitagli dal Re per le sue benemerenze nel campo educativo-sociale in mezzo alla gioventù (ANS X, p. 11) 109/63
P. Ulliana a Bang Pong - Chiesa Salesiana parrocchiale, alla presenza di tutte le autorità e degli amici buddisti, funzione funebre per la morte di Paolo VI (9.8.1978)