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La camera da letto - DB1-010
Così è probabile che fosse arredata la camera da letto di casa Occhiena: un letto matrimoniale di legno con pagliericcio riempito di foglie di granoturco, lenzuola di tela ruvida e un copriletto; il comodino con sopra una lampada ad olio o una candela; il comò con più cassetti per riporvi la biancheria. -
La camera da letto di mamma Margherita - DB1-021
In questa stanza dormivano mamma Margherita e la suocera semiparalizzata, che lei assisteva con amore e delicatezza di figlia (cf MB 1,171). Una stanza povera e disadorna. Unica caratteristica: un caminetto e il soffitto a pannelli di gesso, sorretto da robuste travi. -
La camera dove Don Bosco morì il 31 gennaio 1888 - DB2-043
Solo negli ultimi mesi di vita, il letto di Don Bosco fu trasportato in quest'ultima stanza, separando l'ufficio di lavoro dalla stanza da letto. Il lavoro stressante e continuo, i debiti, le preoccupazioni, avevano ormai segnato profondamente il suo fisico. Aveva quasi 73 anni. -
La cameretta del sogno - DB1-022
Adiacente alla camera da letto di mamma Margherita, in quest'altra stanza con pavimento e soffitto di calcestruzzo, dormivano i tre fratelli: Antonio, Giuseppe e Giovanni. Un locale molto piccolo che misura m 4 per 2,20; l'altezza del soffitto varia da m 2 a 1,40, presso l'unica f'enestiella di cm 50 per cm 61. Qui Giovanni, all'età di circa nove anni, fece il famoso sogno, nel quale intravide la sua vocazione e futura missione (MB 1, 123-126). Per questo la stanza è chiamata la cameretta del sogno. -
La cantina - DB1-012
Contro le due pareti di questo seminterrato che serviva da cantina erano addossati i principali contenitori in uso a quel tempo: botte, mastello, tinozza, damigiane di varie dimensioni. Lungo la parete di sinistra una bigoncia, usata per la raccolta e la pigiatura dell'uva. Appesi al muro, o collocati in piccole nicchie, altri contenitori o strumenti. La cantina serviva anche da deposito per alcuni generi di provviste. -
La cantina del Sussambrino - DB1-078
Il lavoro di cantina richiedeva molta attenzione e diligenza e a Giovanni spettava la ripulitura dei tini, controllare la fermentazione e al momento giusto spillare e travasare il vino, che veniva stivato nelle botti collocate in fresche cantine, come quelle della cascina, fino alla vendita. Prima di tornare a Chieri per gli studi, Giovanni aiutava il fratello Giuseppe in questo rito faticoso, ma anche pieno di gioia. -
La cantina di cascina Moglia - DB1-043
Ecco la cantina seminterrata della cascina dove Giovanni prestava la sua collaborazione alla pigiatura dell'uva, alla spulatura del vino e alla pulizia delle botti. Questo lavoro gravoso era affidato sovente ai ragazzi più snelli e agili nel calarsi nelle capaci botti per togliere i graspi, pulirle dalle vinacce, e per riporre il mosto conservato fino a fermentazione avvenuta. -
La cappella del Rosario - DB3-169
In una stanza a ponente della sua nuova casa Giuseppe costruì una minuscola cappella. Dedicata alla Madonna del Rosario, fu luogo di preghiera anche per Domenico Savio, che vi entrò la prima volta il 2 ottobre 1854. -
La cappella delle Reliquie - DB2-089
Questa cappella sotterranea costituisce una rarità e un tesoro. Vi sono radunate e esposte oltre 60 mila reliquie di Santi e Martiri. Le radunò, durante tutta la sua vita, il commendatore Michele Bert, che le donò al Santuario di Maria Ausiliatrice. -
La cappella di San Francesco di Sales - DB2-068
Nella cappella a sinistra, l'altare era dedicato ai Cuori SS. di Gesù e di Maria. Nel 1891, ricorrendo il primo cinquantenario dell'Opera Salesiana, la cappella fu dedicata a San Francesco di Sales, patrono della Congregazione. Il quadro è del Reffo, artista torinese. -
La cappella di San Pietro - DB2-066
Nella crociera a destra c'era l'altare dedicato a S. Pietro. Il quadro rappresentava Gesù che consegna le chiavi del Regno a Pietro. A questo altare Don Bosco veniva sovente a celebrare la S. Messa, e un giorno moltiplicò le ostie. -
La cappella di Solutore, Avventore, Ottavio e di S. Anna - DB2-067
Nella cappella a destra della navata centrale era l'altare dedicato a Sant'Anna, la mamma della Madonna. Dopo i restauri eseguiti nel 1890, il quadro principale raffigurò i martiri di Torino: Solutore, Avventore e Ottavio. In primo piano rimase un piccolo quadro di Sant'Anna. -
La cappella nella casa Cafasso - DB1-086
Tra i suoi monumenti più cari Castelnuovo conserva anche la casa nella quale nacque e abitò san Giuseppe Cafasso. Questi fu chiamato la perla del clero italiano e fu guida e maestro dei giovani sacerdoti al Convitto Ecclesiastico di Torino. Grande amico e benefattore di Don Bosco, lo orientò con sicurezza verso la sua missione giovanile, e non gli lasciò mai mancare né i saggi consigli né gli aiuti finanziari, di cui Don Bosco aveva continuo bisogno. Questa cappellina è stata ricavata da una stanza abitata dal Cafasso, e in essa 0 santo è ricordato e invocato. -
La casa Bellezza, ultimo acquisto di Don Bosco - DB2-147
Fin dai primi tempi dell'Oratorio, un elemento di disturbo era la Giardiniera cioè la bettola frequentatissima di casa Bellezza. Specialmente d'estate si sentivano i canti e le urla degli ubriachi. Per decine d'anni Don Bosco cercò di comprare quella casa, ma invano. Solo nel 1883, quando la proprietaria morì, egli potè acquistarla per l'ingente somma di lire 110 mila. -
La casa canonica addossata alla chiesa - DB1-058
Addossata alla chiesa di Morialdo c'era la casa canonica. Là avvenne il primo incontro confidenziale tra Giovanni e Don Calosso. Il buon sacerdote si rese subito conto di avere a che fare con un ragazzo di doti non comuni e di una straordinaria forza di volontà. Volle parlare con la madre (cf MB 1, 179s) e s'impegnò a dare lezioni al ragazzo. Quella casa divenne familiare al contadinello dei Becchi; anzi, poco tempo dopo quell'incontro accettò l'invito di stabilirsi nella canonica stessa, per attendere agli studi con maggiore assiduità (cf MB 1, 214). -
La casa dei Becchi - DB1-064
Morto il suo benefattore, Giovanni tornò dai suoi. Nonostante le molte difficoltà, dovute anche al fatto che l'anno scolastico era ormai avviato, verso il Natale del 1830 potè cominciare a frequentare le scuole di Castelnuovo (cf MB 1, 219). -
La casa dei Blanchard, col ballatoio di legno - DB1-115
Sul medesimo cortile si affacciava la casa dei Blanchard, madre e figlio, fruttivendoli, che vennero incontro alle molte privazioni, sopportate in quell'anno da Giovanni, con generosità davvero commovente. Diventato prete, Don Bosco non dimenticherà questi atti di bontà (MB 1, 298-300). -
La casa di Giuseppe - DB3-164
A vent'anni Giuseppe si sposò con Maria Calosso e prese a mezzadria la cascina Sus-sambrino. Giovanni e mamma Margherita andarono anche loro ad abitare con lui al Sussambrino, ritornando ai Becchi di tanto in tanto. Poi Giuseppe decise di costruirsi una casa tutta per sé, accanto all'abitazione del fratellastro Antonio. Sarà questo per molti anni il punto di riferimento di Don Bosco e dei migliori tra i suoi giovani nei perìodi di vacanza. -
La casa di Nizza Monferrato - DB3-050
Mornese si rivela presto un ambiente non adatto, stante la collocazione geografica, alle necessità di una casa madre religiosa. I conti Balbo consigliano a Don Bosco la soluzione ideale: l'acquisto dell'ex-convento della Madonna delle Grazie, a Nizza Monferrato. Dopo i lavori di restauro, la nuova casa diventa agibile e il 4 febbraio 1879 Maria Mazzarello riceve l'ordine di recarsi alla nuova sede. Per 50 anni, Nizza Monferrato sarà il centro propulsore dell'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, grazie all'azione materna e saggia di Madre Mazzarello. -
La casa fatta riparare - DB3-154
Il progetto di fondare ai Becchi una Comunità Salesiana fu realizzato nel 1922, dopo l'acquisto di Casa Cavallo e di Casa Graglia adiacenti all'abitazione dei Bosco. In nessun altro luogo al mondo la presenza dei Salesiani testimonia meglio la grandezza del Fondatore e la missione straordinaria affidatagli dalla Provvidenza. -
La casa Gonella, a Chieri - DB1-145
Questo palazzo posto su una altura di Chieri era la casa di campagna dei signori Gonella di Torino. Era circondata di giardini e frutteti e vantava un magnifico orto botanico (cf MB 6, 1013). Il cav. Marco Gonella e la sua consorte furono tra i più grandi e i più affezionati benefattori di Don Bosco. Per interessamento del teologo Borei il santo entrò in contatto con loro e da loro ricevette la prima somma di 300 lire (cf MB 2, 260). La casa Gonella ospitò moltissime volte sia Don Bosco sia i suoi ragazzi quando facevano le passeggiate autunnali. Questa casa era una tappa d'obbligo e i padroni offrivano loro una eccezionale ospitalità per riposarsi dalla fatica del viaggio fatto a piedi, e qui trovavano sempre abbondante ristoro. Qualche volta sorpresi dalla pioggia ricevettero le più amorose cure e un delizioso riparo per la notte che i giovani ricambiavano con canti, suoni e recite (cf MB 4, 54; 7, 278-531). Uno dei ragazzi che godettero di tanta cordiale ospitalità fu Michele Magone. Questi nobili coniugi tennero a padrino un ragazzo convertito dal protestantesimo e battezzato all'Oratorio dal vescovo di Biella Mons. Giovanni Losana. B Gonella prestò il suo aiuto a Don Bosco nelle sue molteplici lotterie, come direttore e segretario. Il nome di Marco Gonella figura nella lista dei benefattori, ai quali Don Bosco mandava ogni anno l'uva della sua vite di Torino. -
La casa paterna in primo piano - DB1-017
Così si presentava la nuova casa. Al pian terreno: portico, stalla e cucina, e adiacente una tettoia a uso ripostiglio dall'alto in basso. Al piano superiore, a cui si accedeva mediante una scala di legno addossata alla parete, come si vede ancora oggi: la stanza di mamma Margherita e della suocera; accanto, la camera dove dormivano i tre figli, oggi chiamata camera del sogno. La casa misurava in tutto 12 metri di lunghezza, 4,25 di altezza e circa 3 di larghezza. In essa si trasferì mamma Margherita il 13 novembre 1817 con il figliastro Antonio, con i figli Giuseppe di anni 10 e Giovanni di due anni, e con la suocera semiparalizzata. -
La cascina Biglione sul lato ovest - DB3-142
Per 24 anni il nonno e il papà di Don Bosco lavoreranno duramente un fondo di 12 ettari di terreno. La cascina Biglione era una tipica struttura agricola piemontese, in cui l'abitazione civile e i locali adibiti al ricovero degli animali, alla conservazione dei prodotti e al lavoro agricolo erano contigui e funzionali. -
La cascina Biglione tra i vigneti - DB3-141
La famiglia conosce un breve periodo di sicurezza economica; poi la guerra contro la Francia, la svalutazione della moneta e il rincaro della vita compromettono tutto. D nonno di Don Bosco deve alienare gran parte della sua proprietà e adattarsi a fare 0 mezzadro presso la cascina Biglione. Siamo nel 1793. I Bosco sono approdati ai Becchi. -
La cascina con carro agricolo - DB1-034
In primo piano il carro agricolo a cui si aggiogavano le mucche, per i vari trasporti nella cascina. In secondo piano, addossato alla facciata, il pozzo dal quale Giovanni attingeva l'acqua per gli usi domestici e per il bestiame; un lavoro abbastanza faticoso. Il pozzo esiste tutt'ora. -
La cascina con lapide e carro di fieno - DB1-049
Sul muro della casa è stata murata una lapide ricordo e il busto del Santo. Uno dei discendenti dei Moglia per parte materna, Carlo Casalegno, attuale proprietario della cascina, li volle mettere il 22 ottobre 1969 in segno di perenne gratitudine per i tanti benefici ricevuti da Don Bosco. Una lapide e un carro di fieno: ricordano le due forze su cui si formò la vita del futuro apostolo della gioventù: il lavoro e la preghiera. Sono gli stessi elementi che daranno in seguito forza ed efficacia della sua opera educativa. Giovanni si avviava a concludere il suo secondo anno di permanenza alla cascina Moglia. Ma quella vita non gli offriva nessuna prospettiva di realizzare il suo ideale di diventare sacerdote. -
La cascina Moglia - DB1-029
Alla sera, affamato e scoraggiato, arrivò alla cascina Moglia, nella borgata omonima. Era l'ultimo posto che gli aveva suggerito mamma Margherita (cf MB 1, 191). Anche qui la prima risposta fu un rifiuto. Cosa avrebbe potuto fare nella cascina quel ragazzo poco più che dodicenne? Ma Giovanni, deciso a spuntarla, piangendo si mise a raccogliere i vimini insieme ai padroni. Il buon cuore di Dorotea, la moglie del padrone, la vinse sui calcoli economici. Fu accettato, in prova. Avrebbe badato agli animali della stalla (cf MB 1, 192s). -
La cascina sotto la neve - DB3-147
Ecco una singolare veduta invernale della cascina Biglione, che cambiò vari proprietari e mutò anche aspetto per i successivi ampliamenti apportati. -
La cascina Sussambrino - DB1-068
Poiché il fratello Giuseppe aveva preso in affitto un podere chiamato il Sussambrino, Giovanni andò a vivere con lui, insieme a mamma Margherita, che alternava la sua residenza tra questa nuova abitazione e i Becchi, secondo l'esigenza dei lavori campestri e dei raccolti. Anche Giovanni talora si ritirava ai Becchi, e nei giorni festivi istruiva i ragazzi del borgo nel catechismo e insegnava loro a leggere e a scrivere (cf MB 1, 279). -
La casetta allo stato attuale - DB1-026
Diamo ancora uno sguardo d'insieme all'umile casetta dei Bosco. Ci dà una chiara idea della povertà e semplicità in cui si temprò alla vita colui che avrebbe costruito grandi chiese e tanti centri di studio per la formazione umana e cristiana della gioventù. -
La casetta dei Becchi acquistata dai Salesiani - DB3-153
La casetta dei Becchi fu acquistata dai Salesiani direttamente dai nipoti di Don Bosco, i figli dei suoi due fratelli Antonio e Giuseppe. Anche la casa di Giuseppe fu ceduta alla Congregazione Salesiana. -
La casetta dell'infanzia - DB3-162
Eppure questa casa è ancora oggi, nella sua povertà appena ritoccata, la testimonianza più tangibile di quella promessa che assegna ai poveri il ruolo di protagonisti nella storia del Regno. I valori semplici e genuini che Giovanni Bosco ha assorbito qui, potenziati dalla sua fede e dalla sua disponibilità, hanno acquistato una tale forza di espansione da coinvolgere intere generazioni di giovani e di educatori in ogni parte del mondo. -
La chiesa di M. Ausiliatrice come la costruì Don Bosco - DB2-070
Così era la struttura architettonica del Santuario di Maria Ausiliatrice come lo costruì Don Bosco. Col passare degli anni, Don Bosco apparirà sempre più alla gente come il santo dell'Ausiliatrice, fino a provocare lo scambio dei termini, e a far dire PAusiliatrice la Madonna di Don Bosco. -
La chiesa di Maria Ausiliatrice - DB3-182
Il Santuario di Maria Ausiliatrice fu eretto ai Becchi, per volere di Don Paolo Albera, secondo successore di Don Bosco, il 16 agosto 1915. Sull'Europa incombeva il dramma della guerra e fu per questo che tutti i bambini del mondo furono invitati ad inviare le loro offerte per costruire questo santuario come proposta di pace. II progetto è dell'architetto salesiano Giulio Valotti, mentre la statua di Maria Ausiliatrice è opera della scuola di scultura della casa Salesiana di Barcellona. -
La chiesa di san Domenico, in Chieri - DB1-144
La bella chiesa di San Domenico, col suo campanile svettante fu frequentata da Giovanni fin dall'inizio della sua permanenza a Chieri. Ordinato sacerdote, vi tornerà per celebrarvi la terza Messa, all'altare della Madonna del Rosario. Lo assisterà il P. Domenico Giusiana, suo insegnante di III ginnasio (cf MB 1, 521). -
La chiesa di San Francesco di Sales - DB2-013
Una sera del febbraio 1851, mentre con mamma Margherita aggiustava gli abiti dei ragazzi che dormivano, Don Bosco mormorò quasi tra sé: E ora voglio innalzare una bella chiesa in onore di san Francesco di Sales. La prima pietra fu posta il 20 luglio. A costruirla, portando calce e mattoni, diedero mano anche i ragazzi dell'Oratorio. -
La chiesa parrocchiale - DB3-045
La chiesa parrocchiale di Mornese ha storie molto interessanti da raccontare: per tanti anni ha visto Maria Mazzarello arrivare al mattino presto per assistere alla messa; ha ascoltato la sua promessa di verginità, fatta a quindici anni; ha vegliato su di lei quando, arrivata troppo presto, attendeva sul sagrato lo spalancarsi della porta. -
La chiesa parrocchiale di San Giorgio - DB1-127
La chiesa di San Giorgio fu edificata sulle rovine del castello di Chieri, e la torre campanaria venne sostituita nel 1676 con un'altra simile a una pagoda asiatica. La chiesa è anche parrocchia, e nei suoi registri è trascritto il secondo matrimonio del bisnonno di Don Bosco, Antonio Filippo, con Cecilia Dassano. Nel registro dei morti è segnata la sua sepoltura, avvenuta nel cimitero di allora accanto alla chiesa. -
La collina del Sussambrino - DB1-072
La cascina è collocata sulla collina, nella regione Sussambrino. Là esistevano ricchi vigneti, tra cui la vigna di Giuseppe Turco, amico del chierico Bosco. A lui Giovanni, mentre custodivano insieme le uve, aveva palesato confidenzialmente lo scopo per cui voleva farsi sacerdote: — Mi piacerebbe raccogliere attorno a me giovani poveri e abbandonati per educarli cristianamente ed istruirli. A lui raccontò il sogno fatto al Sussambrino: la valle sottostante si era mutata nella città di Torino, nelle cui strade e piazze correvano turbe di ragazzi schiamazzando, gridando e bestemmiando. Anche questa volta, come nel sogno di nove anni, il Signore maestoso e la Signora gli indicarono il comportamento da tenere per traformare quei ragazzacci in bravi cristiani (cf MB 1, 424). -
La composizione e la stamperia - DB2-146
Gli inizi furono modesti: due ruote fatte girare dai ragazzi con la forza delle braccia. Ma, ancora vivente Don Bosco, quella tipografia divenne grandiosa e moderna, tanto da competere con le migliori della città: quattro torchi, dodici macchine mosse a energia, stereotipia, fonderìa dei caratteri, calcografia. -
La comunione frequente - DB2-159
Il secondo apostolato fondamentale di Don Bosco fu la Comunione frequente. Nel suo Oratorio introdusse tra i ragazzi la Comunione quotidiana, quando essa era guardata da molti con sospetto. Diceva: La base della vita felice di un ragazzo è la Comunione (MB 14, 126). -
La cucina - DB1-009
Questa cucina è ricostruita come poteva essere allora. Nel caminetto il paiolo di rame sul fuoco acceso. A destra, la grossa madia nella quale s'impastava la farina e si conservava il pane. Sulla madia, diversi utensili da cucina. Alla parete un mobile-credenza per conservare le stoviglie. Il pavimento era a mattonelle quadrate di argilla cotta. -
La cucina dei Becchi - DB3-155
Chi entra nella casetta e visita le minuscole stanze non può sottrarsi alla necessità di confrontare le origini con lo sviluppo dell'opera, la modestia del primo segno con la totalità del progetto. -
La cucina della casetta con arredamento dell'epoca - DB1-019
In questa cucina, arredata in una ricostruzione verosimile con oggetti tipici di ogni casa agricola del tempo, si riuniva la famigliola di mamma Margherita. Queste pareti furono mute spettatrici di una povertà talvolta drammatica (cf MB 1,37-39), di una costante educazione alla fede e di una profonda religiosità (cf MB 1, 46; 57; 59), di ospitalità generosa (cf MB 1, 150-154), e più tardi di aspri dissidi originati dalla opposizione di Antonio agli studi di Giovanni (cf MB 1, 96; 180; 184; 188; 191; 215). -
La cupola della basilica di Maria Ausiliatrice - DB2-108
Don Bosco aveva tanto desiderato di vedere decorata la cupola del Santuario. Fu Don Rua a darne l'incarico al pittore Giuseppe Rollini, nel 1889. -
La devozione e l'amore al papa - DB2-167
L'amore al papa rimase sempre un punto fisso nella mentalità cristiana di Don Bosco. Lo diranno più papalino del papa, e non avranno tutti i torti. Non era questione di sole parole: per obbedire all'invito di un papa, Don Bosco brucerà gli ultimi tre anni della sua vita. E i ragazzi assorbivano questa mentalità. -
La diligenza che collegava Castelnuovo a Chieri - DB1-147
L'ultimo aggancio con la Chieri dei tempi di Giovanni Bosco è costituito da questo disegno litografico. È un vero documento storico che ci mostra la diligenza (carrozza) che collegava Castelnuovo d'Asti a Chieri. La gente è in costume dell'epoca e ripropone le usanze di quel tempo. La fantasia potrebbe farci scorgere, tra la gente, anche mamma Margherita e il neo sacerdote Giovanni Bosco in partenza per il suo paese nativo a celebrarvi la sua prima Messa. -
La discesa di Buttigliera - DB1-054
Lo storico incontro con Don Calosso, che segnò la sua vita di contadino che aspirava al sacerdozio, avvenne proprio lungo questa discesa, che da Buttigliera solca i vigneti e i prati. -
La facciata a sud del palazzo delle camerette - DB2-033
Nel 1874 si prolungò l'edificio delle camerette, e Don Bosco fece piantare a terra alcune viti. Da allora così si presenta la facciata, rivestita da un intreccio di viti che in autunno offrono profumati grappoli di uva. -
La facciata della cappella di san Pietro - DB1-059
La chiesa officiata da Don Calosso era ed è dedicata a san Pietro. Per sdebitarsi almeno in parte dell'ospitalità e dell'insegnamento, Giovanni si prestò come sacrista e campanaro. Sulla porta di questa chiesa Giovanni aveva incontrato per la prima volta il chierico Cafasso. Essendo la sagra della borgata si era offerto per accompagnarlo a vedere la festa, e da lui ebbe in risposta la storica frase: Gli spettacoli dei preti sono le funzioni di chiesa (cf MB 1, 279). Don Giuseppe Cafasso sarebbe poi diventato suo direttore spirituale e uno dei suoi più grandi amici e benefattori (ci MB 1, 186). -
La facciata della parrocchia - DB1-093
Il 22 settembre 1833 registrò un avvenimento importante: il piissimo Giuseppe Cafasso celebrava la sua prima Messa tra la gioia di tutti i compaesani. Nel baciare la mano al neo sacerdote, Giovanni Bosco si sentì aprire il cuore alla speranza (cf MB 1, 280). -
La falegnameria Barzocchino - DB1-124
Nella falegnameria del Barzocchino per due anni Giovanni Bosco occupò parte del tempo libero dagli studi a imparare molte cose che gli serviranno un giorno: piallare, squadrare, segare il legno, adoperare lo scalpello e le verrine. -
La festa a Crivelle, col violino - DB1-082
Durante la sua permanenza al Sussambrino avvenne un altro episodio significativo. A Crivelle, frazione di Buttigliera, si celebrava la festa di san Bartolomeo; un suo zio, priore della festa, Io invitò a intervenire alle sacre funzioni. Dopo il pranzo, fu invitato a suonare il violino, strumento che gli piaceva molto e nel quale se la cavava bene. Accettò, sebbene con riluttanza. Ma ad un tratto si accorse che nell'aia una piccola folla danzava al suono del suo violino. La festa prendeva così un carattere profano che Giovannino non potè assolutamente tollerare. Restituì immediatamente il violino che gli era stato imprestato, e tornato a casa fece a pezzi il suo, che pure gli era caro (cf MB 1, 419s). -
La fontana di Canton Cavallo - DB3-152
Questa fontana, oggi scomparsa, fu testimone di quegli anni e dovette imprimersi così bene nella fantasia di Giovanni Bosco, da divenire protagonista di uno dei suoi famosi sogni. -
La fontana presso il porticato - DB2-010
È ancora al suo posto dopo 140 anni, la fontana di quei primi tempi. Qui i ragazzi venivano a bagnare la pagnotta della colazione e della merenda: l'acqua era il solo companatico. Nel 1867, fissandola, Don Bosco disse a Luigi Costamagna: Avrei bisogno che buttasse marenghi. Così potrei salvare la gioventù povera e abbandonata in tutto il mondo (MB 8, 906). -
La fontana Renenta - DB1-073
Ai piedi della collina esiste tuttora una polla di acqua sorgiva detta Renenta. Si trova a circa metà strada tra i Becchi e Castelnuovo. Ad essa attingevano acqua per gli usi domestici e per il bestiame, tutti i contadini di Morialdo durante il periodo di siccità. A questa fontana si ristorava anche Giovannino Bosco, quando andava e tornava da scuola, percorrendo la polverosa strada carraia. Una breve tappa, qualche sorsata d'acqua fresca, una rinfrescata al viso e ai piedi polverosi per togliersi la calura di dosso. Era veramente una benedizione del Signore, che egli non mancava mai di ringraziare. -
La gallina sotto il vaglio - DB1-011
Un curioso episodio dice la sicurezza e la saldezza di nervi di Giovanni. Avvenne nell'autunno del 1820 a Capriglio, dove Giovanni si era recato per la vendemmia presso i nonni. In attesa della cena, qualcuno raccontò che nei tempi passati in solaio si erano uditi rumori strani che soltanto il demonio poteva procurare. Giovanni si dimostrava notevolmente incredulo. Ma, ad un tratto, proprio dal solaio sopra la stanza dove si trovavano, provenne un colpo improvviso, come un tonfo, seguito da uno strano rumore sordo e lento, come di uno che trascinava delle pesanti catene. Tutti tacquero allibiti. Giovanni ruppe quel pesante silenzio: — Andiamo a vedere —, disse risoluto. — Ma sei matto? Aspettiamo domani... Ma Giovanni prese decisamente la lucerna e si avviò per la scaletta interna verso il solaio. Gli altri gli tenevano dietro armati di bastoni, pronti a scappare al primo segnale di perìcolo. Il ragazzo sale l'ultimo gradino e spalanca la porta della soffitta illuminandola con la lucerna: nessuno, assolutamente nessuno. Guardano anche gli altri, un po' rassicurati. Ma in quel momento un grido e una fuga precipitosa: qualcosa si muoveva laggiù per terra, in fondo al solaio. Era un vaglio che avanzava lentamente e in modo irregolare. Giovanni avanzò qualche passo, il vaglio si fermò. Nonostante le proteste spaventate di quelli che guardavano da lontano, prese risolutamente il vaglio e lo sollevò. Fu uno scoppio di risate: comparve una grossa gallina, che era andata a beccare i granelli di granoturco rimasti tra i vimini del vaglio e questo le si era rovesciato addosso facendola prigioniera. Quella sera stessa lo spirito folletto finì in pentola offrendo un'ottima cena. -
La Generala - DB1-154
Nel 1845 a Torino era stata aperta una nuova prigione, detta la Generala. Essa sorgeva sulla strada per Stupinigi, era destinata a riformatorio per ragazzi e ne poteva contenere 300. Era sempre piena. Don Bosco, ancora giovane sacerdote, era stato avviato da Don Cafas-so a occuparsi dei giovani in carcere. Si recava a trovarli — come ha raccontato — con le saccocce piene ora di tabacco, ora di frutti, ora pagnottelle. Sempre con lo scopo di far del bene ai giovani che per disgrazia erano finiti là dentro, rendermeli amici e invogliarli a venire all'Oratorio quando fossero usciti dal luogo di punizione (MB 2, 62; 102-107; 142-143). Nella quaresima del 1855 tenne loro un corso di catechismo, poi alcuni giorni di esercizi spirituali che si conclusero con una confessione generale. Don Bosco promise loro qualcosa di eccezionale (Bibliografia nuova, 252-253). Infatti si recò dal direttore del carcere e poi dal ministro Rattazzi a richiedere il permesso di una passeggiata fino a Stupinigi. La sola condizione che io metto è che nessuna guardia ci protegga. E i ragazzi si impegnarono sul loro onore che nessuno sarebbe fuggito. La scampagnata si svolse in perfetto ordine, fino al castello di Stupinigi. Don Bosco celebrò la messa; poi giochi e gare in riva al fiume Sangone fino a sera. Al rientro, sulla porta della Generale, fu un addio triste. Don Bosco li salutò ad uno ad uno, col cuore triste per averli potuto liberare per un sol giorno, mentre il direttore del carcere li contava per assicurarsi che ci fossero tutti. C'erano. L'episodio, conosciuto a Torino, accrebbe la fama di Don Bosco apostolo dei ragazzi. Così si presenta ancora oggi l'edificio dove i Salesiani hanno continuato l'assistenza ai ragazzi della Generala, e la svolgono ancora oggi. -
La lapide che ricorda il cane Grigio - DB2-026
Sotto il porticato c'è una scala che ai tempi di Don Bosco portava alla cucina di mamma Margherita. Sul primo gradino, una sera dell'inverno 1854, Don Bosco vi trovò sdraiato un misterioso cane che gli impedì di uscire di casa. Si seppe poi che qualcuno lo attendeva per fargli del male. Per il colore del suo pelo, Don Bosco lo chiamò Grigio. Una lapide ricorda questa singolare figura che ebbe un ruolo importante nella vita di Don Bosco. -
La madia del pane - DB3-173
Ed ecco la madia che mamma Margherita usava per fare il pane. Era pane bianco e fragrante che Giovannino scambiava spesso con il pane nero dell'amico Matta. Era il pane della mamma. Al figlio chierico, gravemente ammalato, la buona mamma portò una bella pagnotta, accompagnata da una bottiglia di buon barbera. Giovanni mangiò, bevve, fece una buona dormita e si rialzò guarito.



























































