Anche qui nulla è cambiato. In questa sacrestia di Morialdo, Don Calosso, cappellano del villaggio, rivestiva il camice e la pianeta, mentre Giovanni, suo assiduo serviente, preparava il messale e le ampolline.
Uno scrigno abbastanza modesto. Ma conteneva 6000 lire, somma considerevole per quel tempo. C’era di che pagare tutti gli studi di Giovanni. A questo aveva pensato il buon Don Calosso. Sul suo letto di morte, gli donò la chiave: « Tutto quello che vi troverai è tuo. L’ho messo da parte per i tuoi studi ». Muore, arrivano gli eredi... E Giovanni, senza dire una parola, porge loro la chiave.
Questo piccolo corso d’acqua scorre sotto le mura di Chieri. Fu il luogo d’una sfida, lanciata da Giovanni a un saltimbanco. Si trattava di saltare da una sponda all’altra. Con un balzo prodigioso Giovanni batté il ciarlatano. Era abituato a simili imprese. La sua forza e la sua abilità erano quelle di un atleta.
Spirito eminentemente pratico fin dalla fanciullezza, Giovanni aveva il gusto dei contratti e degli scambi. Cosi durante le vacanze estive, in cambio delle lezioni di latino che gli dava il parroco di Castelnuovo, egli accudiva il cavallo del reverendo. Ecco la scuderia dove Giovanni impugnò la striglia, nel cortile della canonica.
Il Sussambrino. E una piccola tenuta situata tra i Becchi e Castelnuovo. Terra di vigneti. Mamma Margherita e Giuseppe vi avevano preso a mezzadria un modesto podere, dopo di essersi separati da Antonio. Giovanni veniva quassù a passare le vacanze. In questa panoramica si scorge, tra le colline, Mombello a sinistra, e più in alto, a destra, Moncucco. Dietro la cresta delle colline è Cinzano, dove Giovanni si recava sovente a trovare Luigi Comollo, suo compagno di scuola. Sullo sfondo, le Alpi e le loro cime nevose, che circondano a nord Torino e il Piemonte.
Il 4 agosto 1833, l’arcivescovo di Sassari cresimò il diciottenne Giovanni Bosco nella chiesa parrocchiale di Buttigliera, il cui campanile svetta elegante sulla collina.
Chieri. Questa viuzza stretta conduce alla cappella di San Giorgio. Nelle vicinanze, il convento francescano della Pace, dove Giovanni ebbe intenzione di farsi frate.
Lo scalone monumentale del seminario di Chieri, visto dal pianerottolo dove si trova il dormitorio. Li apparve a Giovanni l’amico chierico Luigi Comollo, morto poco tempo prima.
Chieri. La cappella del seminario. La statua dell’Immacolata, opera di Ignazio Perucco, e il quadro di San Francesco di Sales, di Enrico Reffo. Forse Don Bosco ebbe proprio qui l’idea del culto al suo santo preferito, il vescovo di Ginevra! In suo onore i suoi figli spirituali saranno da lui chiamati ‘ Salesiani
Una splendida sacrestia. Appartiene contemporaneamente al seminario e alla chiesa di San Filippo. Il chierico Bosco vi svolse l’opera di sacrestano, per procurarsi qualche sussidio.
Chieri. La chiesa di Sant’Antonio, sulla piazza Centrale. Don Bosco vi si recava sovente a pregare, o ad ascoltare le lezioni di catechismo con i membri della ‘ Società dell’Allegria ’.
Sei documenti ufficiali dell’Arcivescovado che riguardano Don Bosco: e cioè, gli attestati della vestizione clericale, della tonsura, degli ordini minori, la dispensa degli interstizi canonici, l’ordinazione, il permesso di confessare.
Campanile della chiesa di San Francesco d’Assisi, in Torino. La casa con arcate, a destra, apparteneva al Convitto Ecclesiastico dove Don Bosco entrò dopo la sua ordinazione sacerdotale. Vi trascorse tre anni: dall’estate 1841 all’ottobre 1844.
Nessuna cosa ha l’importanza di questa sacrestia nella chiesa di San Francesco d’Assisi. Qui, l’8 dicembre 1841, nacque l’Oratorio. Don Bosco vi fece la sua prima lezione di catechismo a un povero giovane analfabeta, Bartolomeo Garelli. Era uno dei tanti garzoni muratori immigrati a Torino in cerca di lavoro. Fu una rivelazione. Don Bosco scopri in quei ragazzi, poveri e senza tetto, la strada che Dio gli assegnava.
L’Ospedaletto di Santa Filomena, in Torino. Nel 1844 Don Bosco vi prese alloggio. La sua camera si trovava all’ultimo piano. In fondo è il ‘ Rifugio per ragazze pericolanti. La stradetta sbocca, sul fondo, in via Cottolengo. Fu quello il primo cortile da gioco per i ragazzi dell’Oratorio.
La marchesa di Barolo. Nobil donna e fervente cristiana, magnanima e autoritaria. Fu benefattrice di Don Bosco, agli inizi della sua opera, quando egli era cappellano al ‘ Rifugio ’. Ma il Santo dovette presto sloggiare perché la marchesa non vedeva di buon occhio i suoi monelli per il chiasso che vi facevano. Il ritratto della marchesa si trova nell’Ospedaletto di Santa Filomena, in Torino.
L’Ospedaletto di Santa Filomena visto dal cortile interno. Sulla destra, dietro la finestra murata, si snoda lo scalone che porta ai piani superiori. Le finestre spalancate dell’ultimo piano dànno luce al dormitorio. La finestra chiusa, a sinistra, dà sulla stanza che fu di Don Bosco.
Il manicomio di Torino. (Litografia del Museo del Risorgimento). È qui che due sacerdoti cercarono di far internare Don Bosco perché lo credevano pazzo. I suoi atti, i suoi grandiosi progetti, le sue previsioni denotavano follia... Gli prepararono una carrozza. Con dolci maniere gli proposero di salirvi. Si sarebbe fatta una passeggiata. Ma Don Bosco mangiò la foglia. Con estrema gentilezza, li obbligò a salire per primi in carrozza, poi chiuse decisamente la porta e gridò al cocchiere: « Al galoppo dove vi aspettano! ». Fu cosi che i due malcapitati finirono nelle mani degli infermieri dell’ospedale. Riuscirono con molta difficoltà a uscirne fuori, e tutta la città rise alle loro spalle. La carrozza aveva sostato nella stradetta che si può osservare nella foto 52.
Il Municipio di Torino, Palazzo di Città. In primo piano il monumento fatto erigere al ‘ Conte Verde ’ da re Carlo Alberto nel 1853. Don Bosco fu spesso convocato in questo palazzo, a dare spiegazioni davanti al Sindaco del chiasso e del disturbo che i suoi ragazzi recavano ai tranquilli cittadini. Ma se la cavò sempre con molta destrezza.
San Pietro in Vincoli, a Torino. In primo piano, un terreno sterposo. E un cimitero abbandonato. Don Bosco pensò di trovarvi un locale per i suoi giovani. Ma erano più di 400, e terribilmente rumorosi nei loro giochi. Così la irascibile domestica del cappellano, con la scopa alla mano li cacciò fuori. Era il 25 maggio 1845.
Contratto d’affitto firmato da Don Bosco e da Francesco Pinardi nel 1846. Il Santo affittò alcune stanze e il cortile al prezzo di L. 575 all’anno. Il foglio di sinistra porta le ricevute di alcuni anni, dal 1848 al 1851.
La ‘ Madonna della Consolata ’. E la prima statua della Madonna che Don Bosco collocò nel suo Oratorio. E una statuetta in cartapesta colorata : gli costò L. 25...
Ritratto di mamma Margherita a 67 anni (1855). Dipinto dal Rollini su disegno di Bartolomeo Bellisio. Questo ritratto di sua madre fu offerto a Don Bosco nel giorno della sua festa: 24 giugno 1855. Vedendolo, il Santo esclamò: « E proprio lei; le manca solo la parola ». Si conserva nel Museo Don Bosco, a Torino.
Dopo la guarigione di Don Bosco da una grave malattia, mamma Margherita lasciò i Becchi e venne ad abitare con lui a Torino. Era il 3 novembre 1846. Portava con sé le sue uniche ricchezze: una catenella d’oro e un anello. Umili e cari gioielli che essa vendette per procurare pane ai ragazzi dell’Oratorio.
Il re Carlo Alberto di Savoia. Litografia del Goldoni. (Biblioteca Reale di Torino). Carlo Alberto nutriva ammirazione e simpatia per Don Bosco. Il 30 marzo 1846, quando fu per la seconda volta citato davanti al sindaco Michele Cavour, Don Bosco temette che la sua opera venisse condannata e proibita. Ma il re lo salvò. « È mia volontà — ordinò con un decreto firmato di sua mano — che queste riunioni siano aiutate e protette ».
Piazza del Palazzo di Città, Torino. È la sera del 4 marzo 1848. La folla acclama entusiasticamente lo Statuto. (Disegno da Mondo illustrato, Museo del Risorgimento, Torino).
Camillo Benso di Cavour (1810-1861). Litografia di L. Calamata. (Biblioteca Reale di Madrid). Anima e protagonista del Risorgimento italiano, il conte Camillo Benso di Cavour fu amico fedele di Don Bosco. « Mi ripeteva sovente — scrisse il Santo — che se avevo qualcosa da domandargli o da sollecitargli avrei trovato sempre un posto alla sua tavola ». « Nel mio ufficio al Ministero non c’è possibilità di parlare con calma — soggiungeva. — A tavola invece... è tutta un’altra cosa! ». E Don Bosco, che voleva essere sempre prete, anche con i grandi del mondo, ringraziò l’illustre statista con queste parole: « Pregherò per voi, signor Ministro, perché Dio vi aiuti sempre, nel corso della vostra vita e nell’ora della vostra morte ». L’avvenire doveva provare che la preghiera di Don Bosco era stata esaudita.
Vincenzo Gioberti (1801-1852). Promotore di una federazione di tutti gli Stati d’Italia sotto la sovranità del Papa. L’idea sollevò grande entusiasmo. La popolarità del Gioberti toccò il vertice nel 1848. Ma la prima guerra d’Indi-pendenza fini in un disastro, e fu un colpo mortale per l’idea federalista. Gioberti cambiò parere. Don Bosco, che nei giorni radiosi del 1848 l’aveva chiamato ‘ il grande Gioberti ’, cominciò a trepidare per la sua fede.
Roberto d’Azeglio (17901862). Si batté per la libertà di culto estesa alle confessioni non cattoliche. Malgrado le divergenze di vedute, Don Bosco l’ebbe buon amico. Siccome il D’Azeglio criticava la recita del Rosario da parte dei ragazzi dell’Oratorio, Don Bosco gli rispose con fermezza: « Sono disposto a rinunciare alla vostra amicizia, piuttosto che alla recita del Rosario ».
Urbano Rattazzi (1808-1873). Appoggiò la politica del Cavour. Anti clericale notorio, era considerato un ' mangiapreti. Eppure stimò Don Bosco e l’aiutò con i suoi consigli nella fondazione della Congregazione Salesiana, in tempi molto poco propizi a questo genere di fondazioni. Nel 1855, Ministro degli Interni, permise a Don Bosco di condurre a passeggio, da solo, i corrigendi della ‘ Generala ’. Fu la famosa e trionfale gita di Stupinigi.
Francesco Crispi (1819-1901). Grande statista. La sua politica di sinistra non gli impedì di appoggiare Don Bosco. Il Santo l’aveva aiutato quando, esule, il Crispi stava ricostruendosi una vita a Torino. Nel 1888 fu lui, allora capo del Governo, a dare il consiglio di tumulare la salma di Don Bosco a Valsalice.
La casa Pinardi vista dalla parte posteriore. Attraverso la finestra, a destra della foto, passò il proiettile che doveva uccidere Don Bosco, ma che lo mancò. Il Santo stava facendo il catechismo ai ragazzi. Era l’anno 1848.
Queste armi, in una serie di attentati, avrebbero dovuto stroncare la vita di Don Bosco: pistole, coltellacci, randelli, veleno. Quasi tutti gli attentatori furono stipendiati da sètte anticattoliche. L’aggredirono di notte agli angoli delle strade, lo attirarono in trappola col pretesto di confessare i moribondi, gli spararono a bruciapelo. Non riuscirono mai a farlo fuori. Il suo coraggio, la sua forza e la sua intelligenza lo salvarono sempre da questi mali passi.
Per fortuna egli trovò un amico, un cane robusto e deciso che chiamò il ' Grigio ’ dal colore del pelo. Quel cane sbucò un giorno, non si sa di dove, per avventarsi su due malandrini che avevano gettato un mantello in testa a Don Bosco per finirlo a randellate. Li mise in fuga con morsi furiosi, poi accompagnò il Santo fino al cancello dell’Oratorio. Da quel giorno si fece vedere parecchie volte, ma sempre e soltanto nei momenti di pericolo per Don Bosco. E mai si fermò ad addentare qualche osso che mamma Margherita gli porgeva, né mai sali la scala che portava alla camera di Don Bosco. Spariva, semplicemente. E un giorno scomparve per sempre, dopo anni di coraggioso servizio. Di quel cane misterioso nessuno seppe mai nulla.
I giornali anticlericali, come qui si può vedere, attaccavano Don Bosco con articoli e caricature di bassa e volgare ispirazione. Il suo Oratorio veniva presentato come una fabbrica di preti e di bigotti. Il commento alla vignetta dice: « Con la rete della carità e della religione prende gli uccelli », cioè con le elemosine e i testamenti egli si procurava il denaro necessario per i suoi poveri. Delitto imperdonabile. (Giornale ignoto).
Altra caricatura. Si canta vittoria credendo che il Ministro della Pubblica Istruzione abbia fatto chiudere le scuole di Don Bosco, e si augura di vederlo emigrare in America sopra una nuvola, con armi e bagagli! Allusione discreta alla cavalcata delle streghe... sulla scopa.
Chiesa di San Francesco di Sales, in Valdocco. La foto è stata scattata dalla camera di Don Bosco. Il Santo posò la prima pietra della chiesa nel 1851. Undici mesi dopo, la chiesa era terminata, ma a prezzo di incredibili umiliazioni, di questue, di petizioni. Per 17 anni — dal 1851 al 1868 — fu il centro dell’attività religiosa dell’Oratorio. Vi pregò l’angelico Domenico Savio; il monello santo, Magone Michele; il pastorello delle Alpi, Besucco Francesco. In questa chiesa verrà esposta la salma di Don Bosco alla sua morte. Quel giorno vi sfilarono 40.000 persone. Piccola chiesa traboccante di ricordi, di tenerezza, di meditazione per chi ama Don Bosco.
Prima statua di Maria Ausiliatrice venerata in Valdocco. « Nella mia vita, è lei che ha fatto tutto », ripeteva spesso Don Bosco. Egli fu il grande propagatore della devozione all’Ausiliatrice nel mondo, e la lasciò in eredità ai suoi figli e alle sue figlie.