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In questa stanza gli studi di Giovanni progredivano rapidamente e bene. A Natale ho messo mano alla grammatica latina. A Pasqua iniziai le traduzioni. Facevo tanto progresso in un giorno col cappellano, quanto ne avrei fatto a casa in una settimana. Quell'uomo di Dio più volte mi disse: Non darti pensiero del tuo avvenire. Finché vivo non ti lascerò mancare nulla. E se muoio prowederò a te ugualmente (MB 40). -
Un improvviso attacco cardiaco aveva lasciato Don Calosso privo di parola e semiparalizzato. Accorso al capezzale del morente, Giovanni ricevette da lui la chiave di uno scrigno in cui custodiva gelosamente i suoi risparmi. Quei soldi gli sarebbero serviti per continuare gli studi. Tale era stata la promessa e l'ultimo desiderio di Don Calosso. Ma di fronte alle richieste dei parenti del defunto, Giovanni vi rinunciò con dignità, confidando solo nella Provvidenza (cf MB 1, 216-218). -
Questo voleva dire per Giovannino rifare sconsolato e col pianto nel cuore quella strada che tante volte aveva percorso pieno di gioia e di speranza. -
Morto il suo benefattore, Giovanni tornò dai suoi. Nonostante le molte difficoltà, dovute anche al fatto che l'anno scolastico era ormai avviato, verso il Natale del 1830 potè cominciare a frequentare le scuole di Castelnuovo (cf MB 1, 219). -
L'inserimento nel nuovo ambiente, gli costò molti sacrifici. A questo si aggiunga la fatica gravosa di andare e venire da casa quattro volte al giorno, il che significava ogni giorno 20 chilometri a piedi. -
Nell'inverno del 1830 incominciò a frequentare le scuole di Castelnuovo. Così appariva d'inverno il tratto di campagna che Giovanni doveva percorrere quattro volte al giorno. Per le difficoltà di questo cammino, mamma Margherita decise di cercargli un alloggio a Castelnuovo. Lo trovò presso un sarto, Giovanni Roberto (cf MB 1, 219s). -
In questo luogo sorgeva la scuola frequentata da Giuseppe Cafasso e da Giovanni Bosco. Poi fu demolita e sostituita da quella che vediamo ora. E primo professore di Giovannino fu Don Virano, un ottimo insegnante. Ma presto fu nominato parroco e venne sostituito da Don Moglia. Un brav'uomo, ma incapace di tenere la disciplina e convinto che dalle borgate, e specialmente dai Becchi, non potesse venire niente di buono. Questo pregiudizio, ripetutamente manifestato, fece soffrire non poco Giovannino; gli stessi compagni lo prendevano in giro, anche per i suoi abiti goffi e rattoppati (cf MB 1, 229-232). -
Poiché il fratello Giuseppe aveva preso in affitto un podere chiamato il Sussambrino, Giovanni andò a vivere con lui, insieme a mamma Margherita, che alternava la sua residenza tra questa nuova abitazione e i Becchi, secondo l'esigenza dei lavori campestri e dei raccolti. Anche Giovanni talora si ritirava ai Becchi, e nei giorni festivi istruiva i ragazzi del borgo nel catechismo e insegnava loro a leggere e a scrivere (cf MB 1, 279). -
La bellezza e tranquillità del posto, la relativa vicinanza di questa cascina a Castelnuovo (circa 2 km), e soprattutto l'armonia familiare furono certamente un grandissimo aiuto per Giovanni. -
Un paesaggio incantevole, una bellissima strada: ma sempre qualcosa da percorrere a piedi per Giovanni, e soprattutto d'inverno la poesia era certo molto minore! -
In una cascina c'è sempre da fare, soprattutto quando le braccia sono poche e non si vuol pesare sugli altri. Anche per ripagare in qualche modo l'ospitalità e il cibo offertogli dal fratello, Giovanni si rendeva sempre disponibile per qualsiasi genere di lavoro (cf MB 1, 238). 11 busto collocato sul muro del rustico deUa cascina Sussambrino ricorda la industriosa presenza dello studente-contadino. -
La cascina è collocata sulla collina, nella regione Sussambrino. Là esistevano ricchi vigneti, tra cui la vigna di Giuseppe Turco, amico del chierico Bosco. A lui Giovanni, mentre custodivano insieme le uve, aveva palesato confidenzialmente lo scopo per cui voleva farsi sacerdote: — Mi piacerebbe raccogliere attorno a me giovani poveri e abbandonati per educarli cristianamente ed istruirli. A lui raccontò il sogno fatto al Sussambrino: la valle sottostante si era mutata nella città di Torino, nelle cui strade e piazze correvano turbe di ragazzi schiamazzando, gridando e bestemmiando. Anche questa volta, come nel sogno di nove anni, il Signore maestoso e la Signora gli indicarono il comportamento da tenere per traformare quei ragazzacci in bravi cristiani (cf MB 1, 424). -
Ai piedi della collina esiste tuttora una polla di acqua sorgiva detta Renenta. Si trova a circa metà strada tra i Becchi e Castelnuovo. Ad essa attingevano acqua per gli usi domestici e per il bestiame, tutti i contadini di Morialdo durante il periodo di siccità. A questa fontana si ristorava anche Giovannino Bosco, quando andava e tornava da scuola, percorrendo la polverosa strada carraia. Una breve tappa, qualche sorsata d'acqua fresca, una rinfrescata al viso e ai piedi polverosi per togliersi la calura di dosso. Era veramente una benedizione del Signore, che egli non mancava mai di ringraziare. -
I vigneti insieme alla stalla, erano la più importante fonte di risorse della cascina. Perciò la viticoltura costituiva la parte preponderante del faticoso lavoro agrìcolo. A febbraio bisognava potare i tralci improduttivi, zappare o vangare i filari per tenerli sgombri da erbacce; a giugno cimare i pampini infruttiferi, irrorare i tralci, dare lo zolfo. Una ricchezza tanto importante doveva anche essere custodita. Così Giovanni si trovò a compiere questo servizio nei vigneti lavorati dal fratello Giuseppe e dall'amico Turco. Divenuto prete, Don Bosco dirà un po' scherzosamente: I miei studi li ho fatti nella vigna di Giuseppe Turco, alla Renenta (MB 1, 424). -
Nelle Memorie Biografiche si parla delle carestie che infierirono sulle popolazioni del Piemonte, durante la giovinezza di Don Bosco. Esse erano causate sovente dalla brina, dalla siccità e dalla grandine. La brina o il gelo nella tarda primavera bruciavano i teneri germogli delle viti e delle piante da frutta. Un altro grave pericolo era costituito dai grandi temporali estivi. In pochi secondi la grandine poteva distruggere il raccolto di un anno. Ecco una desolante immagine dei vigneti della cascina Sussambrino dopo una di queste tremende grandinate (1984). Ai contadini, non restava che confidare nella divina Provvidenza. -
Finalmente a ottobre la vendemmia. Ci si avvaleva della collaborazione ben retribuita di uomini e donne per aiutare i componenti della famiglia, tanto era gravoso il lavoro che doveva essere terminato prima delle piogge autunnali. Quasi per alleviare la fatica, i canti dei vendemmiatori e delle vendemmiatrìci si intrecciavano attraverso le colline, e a sera musica e balli concludevano la fatica. I grappoli venivano raccolti delicatamente in ceste di vimini e portati nella bigoncia. -
La vinificazione era fatta secondo una precisa tradizione, ma sfruttava tecnologie molto povere. La pigiatura veniva eseguita con i piedi per ottenere il mosto, che si lasciava fermentare una ventina di giorni in capaci tini o botti. Giovanni dava il suo generoso contributo alla pigiatura delle uve del fratello, ma anche presso i contadini vicini, per avere qualche soldo per continuare gli studi. -
Il lavoro di cantina richiedeva molta attenzione e diligenza e a Giovanni spettava la ripulitura dei tini, controllare la fermentazione e al momento giusto spillare e travasare il vino, che veniva stivato nelle botti collocate in fresche cantine, come quelle della cascina, fino alla vendita. Prima di tornare a Chieri per gli studi, Giovanni aiutava il fratello Giuseppe in questo rito faticoso, ma anche pieno di gioia. -
Durante l'estate Giovanni aveva l'incarico di portare al pascolo le mucche, che spesso mentre egli era assorto nella lettura, si sbandavano. Rosa Febbraro, ragazzetta di dieci anni, le rincorreva e gliele riportava: Ma perché le porti al pascolo se poi non le guardi?. Devo studiare, Rosa, e ogni tanto la mente mi scappa. È vero che diventerai prete?. Sì. Allora, se vuoi, le mucche te le guardo io!. I suoi occhi si spingevano sempre lontano, inseguendo la visione del sogno che non lo abbandonava mai. -
A Montafia, per la festa del paese, era stato innalzato l'albero della cuccagna, con molti bei premi. Consisteva in un tronco altissimo, liscio e unto, difficilissimo da scalare. Molti giovani avevano inutilmente tentato la prova, scivolando a terra tra le risate generali. Giovanni studiò bene le difficoltà; poi, risoluto e calmo, volle tentare. Iniziata la scalata con tranquillità, di tanto in tanto si fermava a prendere fiato sedendosi sui calcagni. La gente ridacchiava, aspettando di vederlo scivolare giù da un momento all'altro, ma Giovanni saliva sempre più in alto. Allora si fece un silenzio pieno di attesa. -
Quando giunse alla portata degli oggetti appesi alla cima, fu un applauso generale. Giovanni prese la borsa con 20 lire, che gli servivano per i suoi studi, un salsicciotto e un fazzoletto e lasciò il resto perché il gioco potesse continuare. Poi scese rapidamente, scomparendo in mezzo alla folla (cf MB 1, 235-236). -
Durante la sua permanenza al Sussambrino avvenne un altro episodio significativo. A Crivelle, frazione di Buttigliera, si celebrava la festa di san Bartolomeo; un suo zio, priore della festa, Io invitò a intervenire alle sacre funzioni. Dopo il pranzo, fu invitato a suonare il violino, strumento che gli piaceva molto e nel quale se la cavava bene. Accettò, sebbene con riluttanza. Ma ad un tratto si accorse che nell'aia una piccola folla danzava al suono del suo violino. La festa prendeva così un carattere profano che Giovannino non potè assolutamente tollerare. Restituì immediatamente il violino che gli era stato imprestato, e tornato a casa fece a pezzi il suo, che pure gli era caro (cf MB 1, 419s). -
Castelnuovo d'Asti è un popoloso e importante centro viti-vinicolo. Oltre che di Don Bosco, è patria di san Giuseppe Cafasso, del canonico Giuseppe Allamano (fondatore dei Missionari della Consolata) e del cardinale Giovanni Cagliero, capo della prima spedizione missionaria salesiana. -
Un angolo del paese conserva tuttora le caratteristiche del tempo di Don Bosco e del Cafasso. Qui viveva un certo numero di famiglie benestanti del paese i cui figli, in un primo tempo, deridevano Giovannino per i suoi abiti poveri e dimessi (cf MB 1, 221). -
Ammiriamo uno scorcio del paese con la canonica e le case che si affacciano sulla piazza. Il parroco di allora, Don Dassano, era un uomo dotto, caritatevole e santo, e Giovanni ne farà presto l'esperienza, come diremo. Egli tuttavia teneva un contegno sostenuto, specie con i fanciulli, e Giovanni ne soffriva, perché sentiva vivo il desiderio di avvicinarlo per ascoltare la sua parola. Si rammaricava di questo con la mamma e le diceva: Se io fossi prete, mi avvicinerei ai fanciulli, li chiamerei intorno a me, per dir loro buone parole e vorrei aiutarli e farmi amare da loro. Se sarò prete, voglio consacrare tutta la mia vita per i fanciulli (cf MB 1,227). Un programma che realizzerà in pieno. -
Tra i suoi monumenti più cari Castelnuovo conserva anche la casa nella quale nacque e abitò san Giuseppe Cafasso. Questi fu chiamato la perla del clero italiano e fu guida e maestro dei giovani sacerdoti al Convitto Ecclesiastico di Torino. Grande amico e benefattore di Don Bosco, lo orientò con sicurezza verso la sua missione giovanile, e non gli lasciò mai mancare né i saggi consigli né gli aiuti finanziari, di cui Don Bosco aveva continuo bisogno. Questa cappellina è stata ricavata da una stanza abitata dal Cafasso, e in essa 0 santo è ricordato e invocato. -
In un cortile interno di via Marconi vi è la casa rustica della famiglia Allamano. Il cortile e il caseggiato sono abbastanza grandi e denotano una certa agiatezza. La stalla (oggi rifatta sullo stile antico) è capace. Di fianco, una cucina ampia con un grande camino e, a lato, due fornelli per cuocere le vivande. Al piano superiore tre grandi stanze con le tipiche travature di legno, arredate con antichi mobili dell'800. Qui nacque Giuseppe il 21 gennaio 1851. Era nipote di san Giuseppe Cafasso, ed ebbe la fortuna di compiere gli studi sotto la guida di Don Bosco, all'Oratorio. Ordinato prete, fu nominato rettore del santuario della Consolata e ne fece uno dei maggiori centri piemontesi di pietà mariana. Rinnovò il Convitto e fondò l'Istituto Missioni della Consolata e delle Suore Missionarie della Consolata. -
Secondo l'uso del tempo, anche Francesco Bosco, papà di Giovanni, venne seppellito in chiesa, e precisamente nella parrocchia dedicata a San Pietro, in Castelnuovo. Questa però era ormai cadente e impraticabile, cosicché si decise di costruire un cimitero nuovo, che fu inaugurato nel giugno del 1817. La chiesa di san Pietro venne demolita, e i cadaveri raccolti in una fossa comune. Così andò disperso quello di Francesco Bosco. Sulla via Argenterò venne eretto un pilone dedicato a san Pietro, per ricordare che fino al 1817 sorgeva in quel luogo l'antica parrocchia dedicata al Vicario di Cristo. -
Giovanni fu accolto nella casa del sarto e organista Giovanni Roberto, il quale gli insegnò la sua arte e anche la musica e il canto. Da lui imparò a suonare il cembalo e il violino. Giovannino ne ripagava l'ospitalità aiutandolo nel taglio e nel cucito (cf MB 1, 221; 232-233). Contemporaneamente, per guadagnarsi qualche soldo e comperarsi i libri, frequentò l'officina del fabbro Evasio Savio e imparò a maneggiare il mantice e l'incudine. Si preparava così, inconsciamente, al suo futuro di apostolo nelle scuole professionali (cf MB 1,234). -
Mentre frequentava le scuole di Chieri, nelle vacanze del 1832 il parroco di Castelnuovo Don Dassano lo vide custodire due vacche al pascolo col libro di un autore classico in mano. Conoscendo che Giovanni desiderava avere ripetizioni, si offrì di fargli delle lezioni sui classici latini. Giovanni lo ripagò facendogli un po' da stalliere e accudendo il suo cavallo. In questo modo ebbe anche l'occasione di diventare un buon cavallerizzo (cf MB 1, 273). -
Da questa antica torre le campane della parrocchia scandivano le ore liete e tristi per gli abitanti delle colline e delle borgate. Invitavano alla Messa, al vespro della domenica e alla catechesi popolare del parroco, che spiegava i fatti dell'Antico Testamento e del Vangelo, i parrocchiani imparavano una vita cristiana semplice ma solida. Queste campane suonarono per la sepoltura di Francesco, il papà di Giovanni, il 12 maggio 1817. Nel 1841 squillarono festose per la prima Messa di Don Bosco. E la domenica di Pasqua del 1934 si unirono alle campane di San Pietro per annunciare al mondo la lieta notizia: il Papa ha dichiarato santo il nostro concittadino Giovanni Bosco. -
Castelnuovo possiede una bella chiesa parrocchiale dedicata a sant'Andrea, riccamente affrescata e dipinta. L'ampio piazzale era allora il centro della vita sociale del paese. Qui Giovanni Bosco si fece amico di molti ragazzi, che radunava per i giochi e per il catechismo. Qui, addolorato per la difficoltà ad avvicinare il suo parroco, concepì il proposito di essere prete per i giovani. (In questa medesima parrocchia, l'8 aprile del 1849 fece la prima Comunione all'età di 7 anni appena, e il 13 aprile del 1853 ricevette la Cresima Domenico Savio, che diverrà più tardi l'allievo santo di Don Bosco). -
Il 22 settembre 1833 registrò un avvenimento importante: il piissimo Giuseppe Cafasso celebrava la sua prima Messa tra la gioia di tutti i compaesani. Nel baciare la mano al neo sacerdote, Giovanni Bosco si sentì aprire il cuore alla speranza (cf MB 1, 280). -
La chiesa parrocchiale di Castelnuovo fu sempre cara a Giovanni. La sentiva come la sua chiesa. In essa partecipò da piccolo alla Messa festiva in compagnia della mamma, e il 26 marzo 1826, giorno di Pasqua, fece la sua prima Comunione (cf MB 1, 173-174). -
E 25 ottobre 1835, nella sua chiesa parrocchiale ricevette l'abito talare dalle mani del nuovo parroco Don Cinzano (cf MB 1, 369). A questo medesimo altare il 10 giugno 1841, solennità del Corpo del Signore (cf MB 1,521), celebrò la Messa (la quinta dopo l'ordinazione) tra l'esultanza dei fedeli, tra cui molti giovani e amici dei dintorni. Rimase poi per circa cinque mesi al servizio di questa chiesa esercitandovi il compito di viceparroco. Molto apprezzata era la sua predicazione profonda e persuasiva. -
Questa vasca a forma di conchiglia è quella in cui Giovanni fu battezzato il 17 agosto 1815 (cf MB 1, 31). Si trovava nel battistero a sinistra entrando nella chiesa parrocchiale. Nel 1870 ne fu rimossa per restauri. Ora fa parte del piccolo museo allestito nella villa di Sebastiano Filippello, a Castelnuovo. -
Il registro dei battesimi, che si conserva nella canonica, è un grosso libro rilegato, di formato cm 30 x 47 con carta di colore paglierino. Eccolo aperto alla pagina in cui è registrato il battesimo di Giovanni: Bosco Giovanni Melchiorre, figlio di Francesco Luigi e di Margherita Occhiena in Bosco; nato ieri sera e solennemente battezzato questa sera dal rev.do Don Giuseppe Festa, Vicario. Padrini furono Melchiorre Occhiena di Capriglio e Maddalena Bosco vedova di Secondo Occhiena di questo luogo. Il numero dei battezzati nel 1815 è di 63. -
A conferma del suo servizio nella chiesa di Ca-stelnuovo come viceparroco rimangono tre attestati. Portano la firma di Don Bosco Giovanni, vicecurato. Il primo, datato il 27 giugno 1841, corrisponde a Luigi Adriano, di cui fu anche padrino. Il secondo avvenne il 6 settembre e il terzo il 22 settembre 1841. -
Come predicatore Giovanni si era fatto un nome fin da chierico. A Cinzano e a Pecette aveva rivelato la sua straordinaria facilità di parola, offrendosi a fare il panegirico di san Bartolomeo quando all'improvviso era venuto meno il predicatore designato (cf MB 1,489-490). La medesima prontezza dimostrò il 24 agosto 1840 nella chiesa di san Bartolomeo a Castelnuovo, improvvisando la predica in onore del santo patrono. -
Prima di lasciare Castelnuovo, diamo uno sguardo alla chiesa della Madonna del Castello, che domina tutto il paese. Questo san-tuarietto era mèta di frequenti visite da parte di Giovanni. Vi si recava, solo o con gli amici, per pregare la Madre di Gesù, verso la quale sentì sempre quella profonda e filiale devozione che aveva appreso da mamma Margherita fin dalla più tenera età (cf MB 1,46; 221; 226...). -
A perenne ricordo della sua presenza e della sua attività, i concittadini di Castelnuovo eressero a Don Bosco questo bellissimo monumento raffigurante il santo che stringe a sé un giovane delle sue terre e un figlio delle missioni patagoniche. Il monumento, in marmo bianco di Carrara, è opera dello scultore Antonio Stuardi di Poirino. Inaugurato nel 1898, è il primo monumento eretto a Don Bosco. Sullo sfondo, in alto, il palazzo delle scuole elementari a lui dedicate, costruite sulla stessa area in cui sorgevano le scuole che aveva frequentato. Sempre in suo onore, nel 1934 Castelnuovo d'Asti cominciò ad essere chiamato Castel-nuovo Don Bosco. -
Dai Becchi a Valdocco Studente e seminarista a Chieri -
Terminate le scuole primarie a Castelnuovo, mamma Margherita decise di inviare Giovanni a Chieri, l'industriosa cittadina a 12 km da Castelnuovo, sulla strada che porta a Torino. Lì avrebbe frequentato il ginnasio nella scuola pubblica chiamata Collegio reale. Così il 4 novembre 1831, col fagottino della biancherìa, un sacchetto di farina e uno di granoturco, madre e figlio partirono alla volta di Chieri (et MB 1,249). Colà attraversarono via Maestra per cercare un negozio in cui vendere le derrate. -
La buona mamma Margherita aveva affidato Giovanni alla compagnia dell'amico Filippello, al quale, cammin facendo, Giovanni aveva confidato: Vado a studiare perché voglio consacrare la mia vita per i ragazzi. Dopo due ore di cammino, giunti ad Arìgnano, sedettero per riposarsi. Ripreso il viaggio, e raggiunti da mamma Margherita, entrarono in Chieri percorrendo via Maestra nel tratto che qui vediamo. Si recarono alla pensione di Lucia Matta. La mamma disse a Lucia: Qui c'è mio figlio e qui c'è pensione; io ho fatto la mia parte, ora mio figlio farà la sua. E si salutarono (cf MB 1, 250). Questo tratto di via Maestra Giovanni la percorrerà ogni mattina per recarsi alle scuole pubbliche, e dal Seminario per andare al Duomo. -
Giovanni si trattenne a Chieri ben 10 anni, e durante quel perìodo cambiò abitazione diverse volte. In questa mappa del 1855 vediamo segnati in rosso i posti dove abitò e che frequentò in quel periodo. I numeri e le didascalie al lato destro inferiore ne rendono facile la localizzazione. 1. Scuole pubbliche frequentate da Giovanni negli anni 1831-1835. 2. Casa Marchisio - pensione Matta (1831-33). 3. La stalla del signor Cavallo. 4. Caffè Pianta (1833-1834). 5. Casa del sarto Cumino (1834-1835). 6. Chiesa di Sant'Antonio, officiata dai Gesuiti. 7. Convento francescano La Pace. 8. Duomo di Chieri. 9. Casa Bertinetti dove Giovanni sostenne l'esame per la vestizione chiericale. 10. Chiesa di San Filippo e seminario. 11. Albergo del Muletto. 12. Casa del cav. Concila. 13. Casa della bilocazione 14. Il Tepice. -
Durante i primi due anni dei suoi studi a Chieri, Giovanni alloggiò nella casa Marchisio, dove la vedova Matta aveva aperto una pensione. Mancando i soldi, mamma Margherita pagava parte della pensione con prodotti dei campi: cereali, vino, farina... I piccoli servizi, le ripetizioni al tìglio della padrona e l'influsso benefico che ebbe sopra di lui, saldarono il conto per tutto quell'anno (et MB 1, 246; 250). -
Le scuole pubbliche di Giovanni erano un distaccamento dell'università di Torino. Quando nel 1831 vi si iscrisse, esse erano situate in un insieme di costruzioni quasi sulla centralissima via Maestra, oggi via Vittorio, numero 45 interno. I locali della scuola non erano in un unico palazzo, e quelli che vediamo nella foto erano nel cortile civile. Due aule a pian terreno e due al primo piano erano adibite alla classe sesta (ultima delle elementari) e alla quinta, quarta e grammatica di latinità. Oggi la chiameremmo ginnasio inferiore. Giovanni, benché sedicenne, venne assegnato all'ultima elementare. Durante il primo anno fu oggetto di derisione per la sua età e di meraviglia per il suo ingegno. A gennaio del 1832 passa in prima ginnasio; a marzo in seconda; alla fine dell'anno è promosso in terza. (Episodio del Cornelio Nepote con il prof Cima MB 1, 251-253) -
Un arco in muratura dava adito all'edificio nel cortile rustico. II locale a pian terreno era adibito a cappella. Al primo piano erano sistemate le aule di umanità e rettorica. Giovanni, nell'anno scolastico 1834-1835, frequentava il corso di umanità o ginnasio superiore. Egli continuava ad eccellere su tutti per la sua prodigiosa memoria. Ma oltre alle doti di bontà e di intelligenza, Giovanni dava talvolta anche prova della sua forza eccezionale. Un giorno, mentre era intento a studiare, quattro ragazzi gli erano saltati alle spalle. Giovanni, senza scomporsi, afferrò vigorosamente le mani di quello che stava al di sopra di tutti, e tenendoli così insieme, se li portò in giro per il cortile alla presenza dei professori che ridevano di piacere; quindi con tutta facilità li riportò nella scuola (MB 1, 131). Durante l'ultimo anno della quinta ginnasiale conobbe e divenne grande amico del giovane Luigi Comollo, nipote del parroco di Cinzano; amicizia che continuerà e si rinsalderà ancora di più quando si ritroveranno entrambi in seminario. Nell'agosto del 1835, a 20 anni, concluse il corso ginnasiale con un brillantissimo esame che lasciò stupefatto l'esaminatore, prof. Lanteri, tanto che a un dato momento si alzò per stringergli la mano e congratularsi con lui. Per votazione Giovanni ottenne: plus quam optime (cf MB 1, 327). -
Nell'archivio storico del comune di Chieri troviamo il registro che riporta lo stato nominativo degli studenti delle scuole pubbliche della città durante l'anno 1833-1834. Contiene l'elenco degli alunni, il loro numero complessivo, la paternità, il tipo di scuola e la classe. Giovanni risulta l'unico orfano di padre. È segnata anche la quota individuale (minervale): per Giovanni era di lire 12. La sua classe quell'anno era composta di 20 alunni, che furono testimoni di episodi singolari: la prova di forza dimostrata da Giovanni nel difendere l'amico Comollo dalla cattiveria di alcuni; la pagina della vita dell'Agesilao dello scrittore latino Cornelio Nepote da lui letta e commentata tenendo davanti la grammatica del Donato, perché aveva dimenticato il libro; la versione latina consegnata dopo pochi minuti perché... l'aveva sognata! Con quegli stessi compagni fondò la Società dell'Allegria. Dicono i biografi che quei ragazzi, trascinati dal suo esempio, divennero tanto diligenti che furono tutti promossi senza difficoltà (cf MB 1, 252s). -
Frattanto era giunto il tempo di tornare a Chieri, ma la signora Lucia Matta — dato che il figlio aveva terminato gli studi — non teneva più la pensione; bisognava quindi trovare per Giovanni una nuova pensione. In quell'anno il fratello della signora Lucia, della stessa borgata di Morialdo, Giuseppe Pianta, aveva deciso di aprire in Chieri una bottega di caffè e liquori. Margherita colse l'opportunità e lo pregò di prendere Giovanni in casa sua. Sembra tuttavia che all'arrivo di Giovanni a Chieri, il Pianta non avesse ancora ultimato la sistemazione del locale, per cui Giovanni avrebbe abitato presso un certo sig. Cavallo. Questi gli assegnò un angolo della stalla per riposarvi la notte; Giovanni in compenso si sarebbe preso cura del cavallo e avrebbe svolto alcuni lavori in una vigna non molto distante dalla città. Era inteso che ogni sabato sera avrebbe potuto recarsi in chiesa per la sua confessione. Ecco la piccola stalla dove Giovanni dormiva accanto al cavallo. -
Aperto finalmente il Caffè, in via Palazzo di Città n. 3, Giovanni trovò presso il sig. Pianta vitto e alloggio per l'anno scolastico 1833-1834 (cf MB 1, 289). Si pagava l'ospitalità prestando servizio alla sera come cameriere-sorvegliante nella sala giochi. Il suo comportamento sempre dignitoso e i suoi richiami imponevano rispetto anche agli avventori più sboccati. Durante la permanenza presso il Caffè Pianta, Giovanni, fondò con alcuni compagni, la Società dell'Allegria, il cui regolamento contemplava due soli impegni: 1° Evitare ogni discorso e ogni azione disdicevole a un buon cristiano. 2° Adempiere esattamente i doveri scolastici e religiosi. -
Tra la stanza del caffè Pianta e la sala del biliardo che dava sul cortile interno, vi era un corridoio, stretto e basso con una finestrella quasi cieca, che dava sulla rampa della scala. Nel corridoio vi era un piccolo forno per la cottura delle paste dolci. Un ambiente nella penombra, pochissimo ossigenato. -
In questo corridoio, sotto la rampa della scala che saliva al piano superiore era stato ricavato questo angusto vano, tuttora visitabile, dove Giovanni si ritirava a tarda notte a studiare e a dormire. Il vano era talmente piccolo che, quando egli si distendeva, i suoi piedi non soltanto sporgevano dal pagliericcio, bensì dalla stessa profondità del vano (MB 9, 289). Lo stanzino misura cm 160 di larghezza, cm 162 di profondità e l'altezza oscilla tra i cm 175 e i cm 105. -
Su questo cortiletto si affacciava la sala del biliardo, che era affidata in modo particolare alla sorveglianza di Giovanni. Era addetto al conteggio dei punti, e il suo servizio era gradito sia per la sua abilità, sia per l'imparzialità di cui dava prova. La sua presenza era inoltre preziosa per il buon ordine e per il contegno corretto che sapeva mantenere. Sotto l'androne vi era il pozzo, oggi murato, dal quale Giovanni attingeva l'acqua per i vari usi del caffè e per i proprietari, suoi cugini, che abitavano al piano superiore. Qui egli si recava sovente a tenere compagnia alla signora Pianta, vecchia e malata (cf MB 1, 286). Al caffè Giovanni contrasse amicizia con l'ebreo Giona, già conosciuto presso il libraio Elia, un giovane di bellissimo aspetto e dotato di una voce tra le più belle. Con lui a volte si soffermava in questa sala a suonare il piano e a cantare, oltre che a fargli un po' di catechismo. -
Sul medesimo cortile si affacciava la casa dei Blanchard, madre e figlio, fruttivendoli, che vennero incontro alle molte privazioni, sopportate in quell'anno da Giovanni, con generosità davvero commovente. Diventato prete, Don Bosco non dimenticherà questi atti di bontà (MB 1, 298-300). -
La chiesa di S. Antonio era officiata dai Gesuiti, che nei giochi di festa vi tenevano lezioni di catechismo molto seguite. Giovanni era tra i frequentatori più assidui, insieme ai numerosi amici della Società dell'Allegria. A fianco della chiesa c'era l'ampia piazza, oggi piazza Cavour. Una volta arrivò un ciarlatano saltimbanco, che con le sue prestazioni distraeva molti dall'intervenire alle funzioni, e sfidava i giovani a competere con lui. Questi si consultarono e fecero la proposta all'amico Giovanni Bosco, il quale già stava studiando il modo di persuadere il disturbatore ad allontanarsi. Egli accettò e stabilì i patti con il saltimbanco (cf MB 1, 311-312). -
Il saltimbanco era sicuro di vincere. La prima gara fu una corsa che si svolse lungo questo viale, su un percorso di circa 2.500 metri. Scommessa: 20 lire (raccolte per Giovanni dai membri della Società dell'Allegria). Il saltimbanco accettò anche la condizione che, se fosse stato battuto, non avrebbe più disturbato le funzioni sacre. Risultato: Giovanni stravinse, umiliando l'avversario che si ritirò prima del termine della corsa (cf MB 1, 313). -
Il saltimbanco propose un'altra sfida: saltare da una sponda all'altra del torrente Tepice. La posta in gioco fu raddoppiata: 40 lire. Il vincitore fu ancora Giovanni, che con una piroetta superò il muricciolo a cui era arrivato il suo avversario. Perduta poi anche la sfida con la bacchetta magica, il povero uomo rischiò il tutto per tutto con una quarta e ultima sfida: raggiungere il punto più alto di un olmo che fiancheggiava la strada. Giovanni accettò e la vinse, perché dopo aver raggiunto e superato il punto del suo avversario, proiettò ancora i piedi all'in-sù, suscitando grandissimi applausi. Mossi infine a compassione perché il saltimbanco aveva perduto tutto il suo capitale, Giovanni e i suoi amici decisero di restituirglielo, purché pagasse un buon pranzo che consumarono all'albergo del Muletto situato sulla piazza d'Armi (cf MB 1, 313). -
Piazza d'Armi, ora Cavour, era la più importante della città e vi si svolgevano gli avvenimenti più significativi: il mercato, le fiere, le esibizioni dei saltimbanchi e dei ciarlatani. Questo dipinto del Gonin (1859), che rappresenta l'arrivo delle truppe francesi, si trova nel Comune di Chieri. Esso riproduce la scenografia architettonica della piazza come la vide Giovanni Bosco. Sul lato sinistro del quadro si vede l'insegna dell'albergo del Muletto, ora Caffé Nazionale. In questo albergo, nel 1835, ebbe luogo il pranzo di Giovanni con 22 compagni, pagato dal vinto saltimbanco. Quel fatto rimase memorabile (cf MB 1, 315). -
Un caratteristico ricordo di Giovanni Bosco si conserva nell'archivio salesiano centrale, a Roma. Si tratta di tre quadernetti che risalgono al tempo in cui frequentava il ginnasio a Chieri (1834-1835). Uno contiene una versione latina. Un altro porta sul frontespizio il nome di Giovanni Bosco, scritto in latino. Il terzo, alcune operazioni di aritmetica e alcuni pupazzetti in abito militare che suonano la tromba, tratteggiati in un momento di svago.